domenica 18 dicembre 2016

Asintoto

Asintoto: In geometria, retta alla quale una curva che si estende all'infinito si avvicina indefinitamente senza mai raggiungerla.


La tua era solo una scusa,


L'ho capito solo ora,


Non spreco nemmeno fiato


Per cercare di capire


Del perché, tu l'abbia fatto.

Solo rabbia nel silenzio


a soffocare


Ogni dubbio.


Per ricordare ogni dolore.

Eravamo come due rette parallele che si incontravano all'infinito,


ma la fine


di un asintoto


era meno distante


di quello che poteva sembrare.

Ma forse


era meglio lasciare stare.

Lasciare morire


Quel sentimento insulso


Che tanto faceva battere


                                               E straziava,


quel pezzo di ghiaccio,


Che era il mio cuore.

mercoledì 14 dicembre 2016

Orgoglio, Trasgressione e Stabilità

C'era il tempo in cui l'Irrealismo era amante dell'Orgoglio, la passione li bruciava, senza che loro sentissero dolore, l'uno si perdeva negli occhi dell'altra.
Persino il Tempo scorreva lento e pigro, per osservare meglio le alte fiamme del loro amore. Guardavano il mondo scorrere, e si sentivano protetti, come se nessuno al mondo avesse potuto sfiorarli mai, guardavano da dietro le fiamme e continuavano ad amarsi. Si avvicinarono forse troppo al fuoco vivo, fino a bruciarsi e urlarono di dolore.
Le loro straziate grida si levarono al cielo, tanto che la Realtà accorse e contaminò con il Dubbio la mente dell'Irrealismo,che cominciò a giardare Orgoglio con un altro sguardo, con un punto di fuoco sempre più lontano, fino a che le fiamme si spensero completamente.
L'Irrealismo voltò le spalle al suo amante Orgoglio che sfidando la Realtà e il Dubbio, urlante di dolore, si accartocciò su se stesso.
Quando si rialzò da quel dolore, nessuno lo riconobbe più, prese le sue cose e se ne andò senza voltarsi indietro, così come prima aveva fatto la sua amata con Lui. Da quel momento diventò Penitenza e nessuno lo vide più.

Irrealismo si perse dentro il Dubbio, incontrò la Libertà, ma non si accorse che un pezzo di lei se ne era andato per sempre. Come due zingari, il Dubbio e Libertà distoglievano lo sguardo di Irrealismo dall'orizzonte buio, laddove Penitenza si stava allontanando. Convinta che Lui ormai non la amasse più.
Tra mille volti, tra duemila occhi, Irrealismo vide Stabilità e ne rimase incantata. Come una crisalide, rinaque come Repressione, ma con una pace interiore nuova, per quanto finta potesse essere, ma non se ne curò.
Dentro la calma piatta di Stabilità, ben presto cominciò ad annegare, tirata a fondo dal peso della Realtà.
E proprio laggiù, vicino al fondo dell'Abisso,  guardò in alto e rivide quel colore, quello stesso colore degli occhi del suo amato e capí che non era la Stabilità quello di cui aveva bisogno. Si liberò da quelle mani riemergendo come Naufragio.

Arrancando tra sabbia e conchiglie rotte, avanzava verso la terraferma annaspando voracemente aria nei polmoni.
La calma piatta di Stabilità si era rivelata una montatura. Ora voleva solo un sorso d'acqua e una boccata d'aria.
Più si lasciava trasportare dalle sue gambe malferme all'interno della foresta, più saliva la voglia di perdersi dentro quella foresta, dentro al suo caldo abbraccio.
Fu dentro la foresta che trovò riparo, quasi allo stremo delle forze, dentro a un vecchio ritrovo per pirati. Fu proprio li che incontrò Trasgressione. Lo guardava con curiosità quasi morbosa, nel suoi occhi scuri c'era qualcosa di ipnotico. Li dentro smise di sentire il peso della Realtà, dissipando il Dubbio. Diventarono amanti da subito, senza che nessuno dei due venisse travolto da alte mura di fuoco, in un modo completamente diverso. Erano amanti ma senza amarsi. Mentre Trasgressione trascinava l'Irrealismo, fino a diventare Perdizione. Ed era quello che Perdizione aveva bisogno di essere in quel momento.
Più si lasciava attraversare da quei Vizi, più le veniva in mente Penitenza, i tempi ormai andati.
In quel periodo scoprì, tuttavia, l'Amicizia, ma con lo sguardo fisso sull'incognita dell'Amore. Era Lui quello di cui realmente aveva bisogno.

mercoledì 7 dicembre 2016

Silentium

Silenzio.
Mentre ingoi un quantitativo di pillole sufficiente per mandare in arresto cardiaco un cavallo.
Li senti scendere, piccoli, amari carri armati esploratori, giù per la tua gola.
Stenditi, mettiti comodo, non c'è fretta, lo spettacolo sta per iniziare o per giungere a termine, questo dipende il modo in cui guardi le cose, ma chiudi pure gli occhi non c'è niente che tu possa o debba vedere.
Senti il tuo stomaco assorbire i piccoli carri armati?
Senti il tuo sangue impregnarsi di diazepam?
Dimmi che cos'hai nel sangue e ti dirò chi sei.
Senti il sangue scorrere e irrorare i muscoli, li senti farsi di colpo pesanti?
Lo senti il tuo fegato ingrossarsi leggermente e le tue pupille dilatarsi?
Pensa all'insufficienza epatica.
Guarda anche insufficienza renale.
Dai un occhio anche ad arresto cardiaco.
Lo senti quel sospetto formicolio al braccio sinistro?
Vedi anche principio di ictus.
Potrebbe essere una morte veloce, ma non è questo il momento.
Concentrati sul diazepam, l'ictus in questo momento è l'ultimo dei tuoi problemi.

I calmanti infondo sono solo moda.
Stressarsi fino a strafarsi di relax tutto in una volta.
Vedi anche attacchi di panico.
Guarda anche depressione e tentato suicidio.

Diventeranno moda le esperienze usate.
Hai mai pensato di dover vivere una determinata esperienza sensa però viverla davvero? Scalare l'everest senza fare tutta quella dannata fatica? Vivendo solo delle emozioni di chi compie l'azione?
Geniale vero?
Vorresti provare l'ebbrezza della droga ma senza avere danni permanenti al tuo corpo?
Sarebbe masticare qualcosa già masticato in precedenza, che sapore potrebbe mai avere?
Vorresti davvero infilarti quello schifo in bocca?

Ma tu lo sai qual'è la differenza tra uno scrittore e un amatore?
Lo scrittore non si fa scrupoli a scrivere di tutto senza paura alcuna di risultare "political-incorrect". Non gliene frega dell'opinione che può suscitare, perché il suo lavoro è proprio quello, esporre il suo punto di vista, non accettarne altri.
Se no farebbe l'opinionista.

Il valore di uno scrittore si misura nell'intensitá delle emozioni che può farvi provare da un esperienza "masticata" in precedenza da lui. Un po' come un picco di seconda mano che vi incanalano.
Quanto vi sentite immersi nella disperazione di un'anima perduta sul ciglio di un cornicione?
Siete capaci di immedesimarvi nelle percezioni distorte di un tossico?
Sei capace di rimanere sobrio e vedere il punto di vista di un alcolizzato?

Lo senti ancora quel sospetto formicolio?

giovedì 1 dicembre 2016

Perle

Ci sono persone fatte per essere amate tanto intensamente, in un lasso di tempo troppo breve per contenere tutta quell'intensità. Tutto quell'amore che ti travolge fino a farti stare male, fino a farti perdere la via, fino a bruciarti, non semplici scottature, ma bruciature mortali, quelle che non guariscono mai.
Ti svegli che ormai è tardi, guardi quei maledetti occhi color mare in tempesta, vedi che per quegli occhi il centro dell'universo conosciuto sei tu, eppure no, non ti basta. Volti le spalle a quell'amore così grande e soffocante, abbracci la solitudine. Non volendo, bruci anche chi ti ha amato ciecamente fino a quel momento. Pesti quei sentimenti così puri, perché non riesci più a sopportarli, perché ti straziano la mente e il cuore, preferisci il Nulla. Così ti fai in mille per tenere la tua mente lontana da quei ricordi, credi di innamorarti di nuovo, credi di essere felice nella solitudine. Menti a te stesso fino al momento in cui ti scopri un relitto umano.
Ti guardi allo specchio e vedi, che nei tuoi fottutissimi occhi, al centro del tuo universo c'è Lui. Ma ormai è tardi.
Ci sono persone che ci rendiamo conto di amare solo quando se ne vanno irreversibilmente dalla nostra vita.
I ricordi prendono vita proprio in quel momento, e le cicatrici si trasformano in carne viva. E ti ritrovi in quella tempesta da solo, senza nessuno con cui condividere quel fottutissimo dolore.
Forse non se ne andrà mai quel dolore. Forse, rimarrà per sempre una piccola brace sul fondo, pronta a ricordarti cos'è l'amore e che cos'è la felicità. A sottolineare che hai perso entrambi.

Mentre nelle mani ti rimangono solo le Perle di quel mare tempestoso.
Sai che continuerai a cercare il tuo riflesso e quegli occhi color mare in tempesta.

lunedì 28 novembre 2016

Levante

Vento che soffia impetuoso contro il mare che s'alza oltre l'orizzonte. Bianco di schiuma è il suo manto, lamentoso il canto.

Una ferrovia nel bel mezzo di quelle onde, al centro della tempesta.
Levante soffia impetuoso, piegando alberi e fronde al suo passaggio.
Freddo, come chi si sente soffocare nella propria città, nella propria casa. Solitamente è, chi viene da un piccolo paesino di provincia, troppo piccolo per la grande ambizione di diventare nessuno, troppo grande per poterne sopportare il peso. Uno di quelle cittadine marittime che si lasciano attraversare dai venti e dove il tempo è scandito con le maree.
Dove il Levante, vecchio amico, viene chiamato Bora.

Temuto vento, contro il quale nessun marinaio osa andare, che porta tempesta, che si prende le sventurate anime di marinai troppo impavidi per non restituirlo mai.

È un prezzo da pagare quello quando si sfida il Mare.

Il vento fischia litargico, canta dei marinai che il mare si è preso, canta delle vedove straziate dal dolore e delle onde furiose. Canta la triste canzone dei naufraghi e dei relitti sul fondo del mare, degli scogli e dei tesori sulla riva.
Canta per malinconiche orecchie che lo stanno ad ascoltare.
Canta del prossimo inverno che sta per arrivare.

sabato 26 novembre 2016

Ballata sulle note della follia

Occhi immersi nel crepuscolo, luce che andava sfumando inghiottita dalla fame del buio.
Mani sicure che si issavano sugli infissi, arrampicandosi sempre piu in alto, in bilico a più di dieci metri dal suolo. Era un modo per sfidare se stessa, si diceva, un modo per sfidare la sorte.
Rincorrere il silenzio da lassù, guardare la sua vita da un'altra prospettiva, dove la solitudine non sembrava poi così invalicabile. Tegole rosse sotto i piedi scricchiolavano al suo passaggio, la città che iniziava a illuminarsi dalla luce di mille soli artificiali. Stormi di uccelli neri che volavano sopra la sua testa mentre guardava il sole inabissarsi sempre di più, un po' come lei: si inabissava da anni, senza mai tornare a galla o senza toccare mai il fondo. Un'apnea che durava da anni.  Gli occhi scuri diventati incandescenti specchi del tramonto. Un fuoco che consumava l'intera città tutti i giorni, da millenni.
Continuava a camminare sul bordo del cornicione, con passo sicuro di chi, non fa altro che aumentare le probabilità di cadere di sotto, quando basterebbe una folata di vento.
La sottile linea di calcestruzzo e cemento.
Le stelle che fioriscono man mano che cala il buio, lassù vigili a farle compagnia.
La Luna calante, uno sbieco sorriso di chi, ha già visto mille volte la stessa scena, dipinto di mille volti diversi.
Chissà dov'era il pelo dell'acqua, chissà dove si infrangevano le onde del buio?
Chissà quante volte ancora avrebbe sentito la soffocante solitudine di una casa troppo vuota.
Chissà se avrebbe smesso di sentirsi sola tra le fredde braccia di un amante.
Chissà se si sarebbe mai cancellato il ricordo straziante di Lui.
Chissà se sarebbe riuscita ancora ad annegare dentro quegli occhi scuri, sprofondare in un abbraccio caldo di un maglione.
Chissà se sarebbe resistita a quell'occupazione temporanea.
Chissà se si fosse fermata in tempo prima di sentire l'odore freddo e metallico del dolce pulsare del suo cuore, colorare di rosso le foglie nelle grondaie.

sabato 19 novembre 2016

Perdente

Perdi nel momento in cui ti incazzi con tutto l'universo, prima ancora con te stesso, per qualcosa che tu stesso hai fatto: dove non sei riuscito ad arrivare, quello che non sei riuscito ad ottenere.
La tua è solo una gara contro te stesso. Il gioco del riuscire a farti amare dal prossimo, dimostrare che nonostante tutto non ti importi, che nonostante tutto, infondo non provi nulla, che non te ne frega nulla.
Perdi nel momento in cui accetti di mentire a te stesso, quando ti costringi a fare qualcosa contro la tua natura.
Perché nascondendo il tuo fottutissimo dolore, ci rimetti solo tu. Rimani solo in ogni caso, ma con il tuo dolore a schiacciarti contro l'asfalto. Lascialo andare, a nessuno interessa più di quanto dimostra se sei forte o debole. Importa solo se accetti te stesso nei tuoi limiti:
Quella ragazza non ti guarderà come tu guardi lei.
Quel uomo non ti amerà come ha amato in precedenza.
Tu stesso ti chiedi se ne sarai mai più capace.
Perdi nello stesso istante in cui perdi qualcosa per sempre: un sorriso,un ricordo, un amico, un'occasione, un consiglio, la capacità di amare.
Quando arrivi alla consapevolezza di non poterlo far tornare idietro, mai più.
Perdi persino quando ti rendi conto di non aver perso del tutto la capacità di amare. Una piccola brace rimasta, mezza assopita, ma che ti fa innamorare di nuovo, quando scopri che semplicemente vuoi stare con quella persona. Nient'altro. Solo perché ci stai bene.
Perdi quando ti rendi conto che è uno scherzo della tua testa, quando vedi indifferenza nei suoi occhi, dove fino a poco prima vedevi la Luce.
Quando vorresti scrivergli ma l'orgoglio non te lo permette.
Quando vorresti urlare ma stai zitto.
Quando semplicemente ci metti una pietra sopra.
D'altra parte, come potresti vincere semplicemente vivendo?

lunedì 14 novembre 2016

Luna, o del dolore

Lo sguardo freddo, tanto luminoso da rischiarare gli occhi di chi la guardava. Aveva uno sguardo distratto oggi, si nascondeva tra le nubi, lanciava rapide occhiate fugaci.
Il palco era deserto oggi.
Il freddo, un presagio di inverno, attraversava la pelle e si insinuava nel petto, vicino al cuore, nelle ossa, nella testa.
Vuoti gli occhi di quell'unica attrice, che seduta sul palco ammirava la Luna, come ella aveva ammirato loro.
Sul suo viso la stessa smorfia di allora, addolorata.
Erano in due, quella sera ad averla, quella stessa, triste maschera.
Che spettacolo poteva esserci con solo un attore ad interpretare l'intera tragedia?
La Luna osservava silente, come osservava allora, ma distratta.
Unica compagna di solitudine, in quel teatro vuoto.
Nessuno con cui condividere quello spettacolo, nessuno che avrebbe capito in quel momento che cosa stava provando, nemmeno gli attori più bravi riescono a trasmettere le emozioni che nemmeno loro stessi capiscono.
In questo erano diverse, la Luna e la Strega: se per la prima era dolore, per la seconda era solitudine, un barlume di luce negli occhi, che ricordava la felicità. Un silenzioso pianto, che non era tristezza ma malinconia.
Che cosa affliggeva tanto la Luna?

Quella dannata Luna, che ogni volta faceva piangere qualche mortale quaggiù... Questa volta ero io.

domenica 13 novembre 2016

Equazione di Dirac

Che cosa succede quando provi un'emozione tanto intensa da farti toccare il cielo?
Pensi che da lassù potresti vedere te stesso percorrere le stesse strade, mangiare le stesse cose, respirare la stessa aria, ancora, ancora e ancora?
Pensi che dopo, il sole sorgerebbe nuovamente?
Che sarai ancora capace di provare qualcosa, di ritrovare la soddisfazione in quello che fai?
No.
Niente sarà più come prima, non riuscirai a dormire, nemmeno con i calmanti nel corpo, non riuscirai a respirare senza sentire in petto una ferita aperta, non riuscirai a scrivere, a disegnare, a guardare il mondo con gli stessi occhi, fino a che non ti perderai di nuovo in quell'abbraccio nella notte. Fino a che non ascolterai quello stesso cuore battere, il suo respiro che insegue il tuo.

Perché leggi quei maledetti libri?
Forse per immedesimarti nel dolore di quelle storie, lasciarti sommergere dallo strazio, fino a che il tuo stesso dolore diventi un'ombra sbiadita. Ma nemmeno allora il tuo inferno avrà mai fine. Vorresti urlare, ma ti ritrovi qui, solo a scrivere grandissime cazzate rivolte a nessuno.
Perché amiamo persone che non ci amano, che ci abbandonano.
Chi giuriamo di non amare per pincipio.
Finiamo bruciati, consumati dalla felicità, dagli eccessi, solo per poter toccare di nuovo quel cielo.
Perderci.
Avere qualcuno che legga nei nostri occhi lo strazio, la sofferenza, che la comprenda. Riversare noi stessi, senza timore.
Ma rimaniamo soli, animali ingabbiati nell'insoddisfazione. Animi irrequieti nella tranquillità di una routine.
Accompagnati da uomini o donne, ma soli. Incapaci di farsi comprendere ed essere compresi.
Infognati in relazioni grigie, monotone. Quando quello che fai a letto è la copia sbiadita di una scopata. Perché con la mente sei altrove, pensi ad altro, e all'inizio fingi, sorridi. Poi smetti persino di fingere, tutto si spegne. E non vuoi nemmeno lasciarti toccare. Ma stai bene lo stesso, perché sai che staresti solo peggio. Perché vuoi quelle maledette mani sopra i tuoi fianchi, perché vuoi quelle dannatissime labbra sopra le tue. Quella mente così simile alla tua. Ma quella mente è lontana anni luce.
Nemmeno si ricorda della tua esistenza. La tua equazione di Dirac è sbagliata, perché dei due corpi entrati in contatto, l'unico ad aver avuto ripercussioni nel proprio sistema sei stato tu.

Asfalto

Da un po' si era persa in mezzo al mare dell'ozio, se ne stava li, ad occhi chiusi in attesa che succedesse qualcosa. Era stanca, tanto stanca, ma non voleva lasciarsi trascinare via dalla corrente. Aspettava qualcosa di vero, che la svegliasse da quel dormiveglia, da quelle abitudini, che le provocasse uno shock tanto grande da farle sfiorare la Pace e farla tornare indietro. Che la investisse come un treno in corsa.
Un po' come cadere dal sesto piano e sfracellarsi al suolo.
Resta sintonizzato sulle tue ossa che si rompono nell'impatto, il battito cardiaco che accellera, l'adrenalina si espande in tutto il corpo. Il dolore tanto forte da non sentirlo. Il sangue che scivola via dalle tue vene, il cuore che rallenta, la testa si fa pesante e la vista si annebbia.
E vedi la Luce.
Ma non è ancora ora. Fai refluire il tuo sangue nelle vene, riavvolgi il nastro. 
Una scarica elettrica di attraversa il torace, si indugia sul cuore, esce fuori dal tuo corpo e tu spalanchi gli occhi e finalmente ci vedi chiaro.
Perché nell'attimo in cui il tuo primo osso si rompe contro il duro asfalto la tua mente era ferma a un determinato odore, in una determinata situazione, che forse nemmeno ti ricordavi ma che c'è sempre stato, nemmeno ci hai prestato attenzione. Sempre occupato, sempre di corsa.
Ma quell'odore, quella canzone un po' stupida che ti ronza nelle orecchie, ti riporta una sola persona alla mente, esattamente un attimo prima che tutto finisca.
Rivedi il suo volto, il suo sorriso, rivivi il calore di un abbraccio. Mentre ci facevi l'amore. E ti penti di non aver apprezzato ogni attimo, di essere stato così stupido da non aver impresso ogni singolo respiro sulla sua pelle. Di non averci fatto caso o di aver fatto finta di non vedere, pur di non cedere, pur di non mostrarti debole. Di non esserti spogliato davanti alla felicità. Ti penti, sorridi, ti sei mostrato forte, ma sei rimasto infelice. Ma ormai è tardi. Tu sei caduto, ti sei sfracellato. Amare non è altro che accettare il rischio di mostrarsi vulnerabili, puoi vincere o perdere, tutto sta nel trovare un giocatore giusto.

sabato 5 novembre 2016

Sotto ai portici

Il buio aveva ormai inghiottito i colori, e la pioggia copriva i rumori. Solo luci artificiali di una città che non era nemmeno la sua. Vedeva palazzi centenari, di una bellezza rara e strade di forse mille anni. Avrebbe voluto soffermarsi a guardare tutta quella bellezza da vicino, perfino il barbone che dormiva beato a pochi passi da lei. La pioggia scrosciante si abbatteva vicino ai suoi piedi ma non ci faceva nemmeno caso, le piaceva la pioggia. Vedeva persone correre, bagnarsi per mettersi al riparo o improvvisare ombrelli di fortuna. Laggiù qualcuno danzava.
Nonostante la compagnia animata si sentiva persa e sola, un po' come quella luce artificiale: era li, ma non illuminava abbastanza. Non era la serata che preferiva.
Si girava tra le cantinette, in mezzo ai san pietrini, tra bicchieri vuoti e visi rubicondi, la musica a tutto volume. Non voleva nemmeno bere quella sera, non la soddisfaceva nemmeno più, troppo abituata forse, alla malinconia sobria.
Si dondondolava su quella sedia, in un angusto locale, facendo fuggire la mente lontano di circa 60 chilometri, forse, anche un po' di più. Ma la riportavano indietro a forza, trascinandola dentro la conversazione. Ma non voleva discutere delle loro materiali.
E di nuovo cercò di fuggire lontano.
Guardava gli alberi e le foglie, che con quella luce avevano qualcosa di magico. Guarda quell'albero Laggiù, aveva detto. La guardava come se fosse pazza, non capendo quello che intendesse dire.
E mai al mondo come in quel istante avrebbe desiderato essere capita e scaldata da quel maglione, sotto un piumone, un film e una tisana calda.
Perché forse era pazzia, ma vedere la bellezza nelle piccole cose non è da tutti.

venerdì 4 novembre 2016

Cosa ne sai tu?

Hai mai pensato al sesso? Non intendo secondo la sua definizione di funzione biologica e ludica.
Non intendo quando devi farti figo davanti agli amici, facendo l'inventario di tutte le tue conquiste.
E nemmeno quando devi farlo perché "va fatto".
Intendo quel momento in cui la tua mente arriva alla consapevolezza che quello che fai è una sorta di magia misteriosa, effimera. Un modo come un altro di fare arte.
Ma tu, piccola testina di cazzo, sembri capire la grandezza di quell'opera d'arte ma il suo senso ti sfugge. Ma a te non importa vero?
Per te non è altro che un groviglio di arti e liquidi. Nient'altro che scambio di sostanze chimiche. Pronto a dissolversi in un attimo.
E allora non arriverai mai alla consapevolezza che quello che starai facendo per i prossimi minuti, potrebbe cambiare radicalmente il tuo modo di vedere il mondo. Il tuo piccolo universo microscopico dove, al centro ci sei tu.
Pensa però a come si è sentita la Chiesa quando un tale, di nome Galileo, ha detto che noi non siamo il centro di un bel niente. Pensa nella sua egoistica mente cosa potrebbe essere successo.
Bam.
Il caos.
Più o meno è quello che succederà a te quando scoprirai che il mondo come lo conosci, il tuo fottutissimo mondo, andrà avanti anche dopo che sarai morto e che, probabilmente, nel giro di un paio di anni nessuno ricorderà il tuo insignificante nome. Ma non è per sminuirti, su, non prendertela. Non ti stavo mica accusando...
Sto solo cercando di smuovere la  merdina rinsecchita nascosta nella tua scatola cranica.
Ma seguimi, ti prego. Cerca di stare molto attento anche.
Hai mai provato a pensare oltre le cose che fai? Quello che realmente stai facendo in quel momento, la consapevolezza di ogni tuo gesto o parola? Beh dovresti. E fidati, non ti accontenterai più delle solite scopate toccata e fuga. Non ti limiteresti più a soddisfare il tuo corpo, ma penseresti alla mente.
Forse riusciresti persino a rianimare il cricetino morto e sepolto ormai da anni nel vuoto siderale della tua testa.
Prova a vederla con altri occhi. Smettila di pensare alle conseguenze di quello che fai o non fai dentro le mura di quella stanza. O con chi lo fai. Smettila di pensare che interessi a qualcuno. Fallo e basta, perché quel attimo non tornerà mai più indietro. Togliti tutti gli sfizi possibili durante la tua breve esistenza, perché saranno solo quelli che porterai sottoterra.
E sopratutto, non ridicolizzare il sesso, non renderlo prigioniero di stereotipi idioti.  Smettila di usarlo come un arma o tabù. Perché senza di esso, tu non saresti nato. Vedila un po' come ti pare: dal gesto più puro che ci sia, fino alla lussuria più peccaminosa. Non importa. Goditi ogni fottutissimo singolo attimo.
Cosa potresti fare con una bella donna incontrata in un bar? Invitarla a cena? Costruirci una vita felice? Chi lo sa. Per ora limitati a parlarle e a sorseggiare il tuo drink. Magari quella notte finirete a letto insieme, ma non giudicarla, anche tu come lei hai ceduto a questo impulso. Vi rivedrete? Non puoi saperlo. Potresti essere la sua avventura di una notte o l'uomo della sua vita, ma non dare per scontato che lei aspetti una tua chiamata. Probabilmente non si ricorderà nemmeno come ti chiami. Ma non è importante, perché probabilmente, anche tu non ricordi il suo nome. Ricorderai invece i tratti che la caratterizzano maggiormente: una risata, un neo in un posto strano, uno sguardo malizioso. Custodisci questi particolari, perché sono loro ad aver caratterizzato la vostra notte insieme. Sono cose che non puoi trasmettere a parole, non puoi raccontare. È l'unica cosa che ti rimane di personale, una connessione che crei con un altra persona. Le concedi di costruire un legame, spesso come un filo rosso, ma che solo voi due, in una notte di solitudine, riuscirete a trovare.

sabato 29 ottobre 2016

Piramide.

Mi sarebbe piaciuto condividere con te questa notte,
dove la musica batte forte contro il petto, in contrasto con il battito del cuore.
Dove i suoni si espandono facendo tremare i muri e vacillare il filo logico dei pensieri, che in quei attimi semplicemente spariscono.
Le luci stroboscopiche riflesse nei tuoi occhi, che in questo momento non sono qui con me.
I ritmi frenetici che smorzano il respiro.
Le mani che proiettano ombre, tra la nebbia artificiale.
E sono qui sola sotto la Piramide. 

mercoledì 26 ottobre 2016

La Notte loro compagna

Sai perché alcune persone preferiscono la notte?
Perché di notte non puoi vedere con gli occhi, ma avanzi facendoti giudare dai sentimenti.

Poteva prendersi per il culo quanto voleva, ma nulla avrebbe sostituito Lui. Sapeva di aver fatto un enorme cazzata, lo sapeva dal momento in cui l'aveva lasciato, ma non aveva abbastanza palle per ammetterlo.
Ora, sapeva che la sua vita, la sua stupida vita sarebbe stata una ricerca continua do qualcosa che non c'era più. Guardava altri occhi alla ricerca dei suoi, ma non li trovava.
Cercava quegli stupidi modi di dire, quelle stupide abitudini, ma continuava a non trovarle.
Trovò conforto invece, nel calore di un maglione e dentro un paio di occhi scuri, e vi guardò dentro, senza pretendere di vedere gli occhi di Lui. Ricominciò a scrivere.
Le loro conversazioni non erano fatte di parole, ma di sguardi, di una carezza sotto al tavolo. Era una sorta di rapporto intimo che andava al di la del sesso, gli voleva bene. Ma non perché lei vi vedesse Lui.
Smise persino di vedere le emozioni come motivo di vergogna, ma di vanto.
Le piaceva condividere la notte con lui. La notte, non solo il letto. La luce dei lampioni, e persino quando sdraiati su quel famoso palco, guardavano la Luna, lui le disse le cose che lei mai avrebbe pensato di sentire ad alta voce. Semplicemente perché le pensava anche lei dentro alla sua testa.

Non era amore quello, perché lei sapeva che non avrebbe amato nessun'altro uomo come aveva amato Lui.
E lui era ancora troppo nostalgico del passato per poterla amare. Era un loro tacito patto.
Lei lo sapeva, e non voleva altro. Non serviva altro.
Era la persona "giusta" in quel momento della sua vita. Una persona che non la guardava storto se lei chiedeva: " che faccia ha la Luna?" o faceva una delle sue stuoide domande.
Forse erano due sognatori, per questo si capivano. Erano simili. Avevano le stesse bruciature all'altezza del cuore.
Era l'unico in quel periodo che lei desiderava non perché era bello, non per semplice lussuria, ma perché lui appagava la sua mente.
Era naturale.
Quando accadeva, lei, maniaca del controllo dei propri sentimenti, si lasciava andare, non pensava a nulla, eppure era un uragano di emozioni.

Era semplice. Come sono semplici i sentimenti per i bambini: non ne comprendono appieno il significato, continuano a provarlo. Incondizionatamente. Ingenuamente.

Nemmeno i silenzi tra loro erano imbarazzanti, perché lei sapeva che lui riusciva a capirla anche senza bisogno di parole.
Così come lei leggeva quell'ombra nei suoi occhi scuri, quella che lo tormentava da un po', la capiva e la rispettava, perché si rivedeva in lui.

Di giorno era diverso, diversi gli sguardi.

Forse c'era troppa luce per lasciarsi guidare dai sentimenti.

lunedì 24 ottobre 2016

Dannata.

Per quanto la vecchia strega continuasse a scrivere, per quanto inchiostro consumasse, non sarebbe mai arrivata a placare il fuoco che aveva dentro.
Ormai aveva dimenticato la sensazione del dolore, intenso fino a non sentire più nulla. Come se esso anestetizzasse tutto. Non era nemmeno apatia. Era una semplice barriera di vetro, affilato. Con in alto la luce della Speranza. Era una cosa orribile no? Vedeva quella luce e pensava che andasse tutto bene, con gli occhi rivolti alla luce. Incapaci di vedere il suo stesso corpo affondare nelle sabbie mobili. Fino al momento in cui tutto il castello di vetro si infranse. Era bloccata dalla sabbia, una miriade di schegge che le si infilavano sottopelle. E non le rimase  nulla a cui aggrapparsi. Perché a ogni tentativo di appigliarsi era una ferita più profonda sul suo corpo. Con il vetro che incideva la carne. Il vetro che prima l'aveva sorretta, che aveva creato la luce caleidoscopica che era la Speranza.
Si sentiva tradita. Ma non era l'importante quanto si sentisse infelice ora. Importava solo quanto si era abituata alla felicità in quel breve lasso di tempo. Più saliva, da più in alto sarebbe caduta.

Ma una volta che cadi non puoi sapere se ti rialzerai di nuovo.
La felicità è come il fuoco, prima o poi tutti finiscono per scottarsi, una scottatura che nel peggiore dei casi potrebbe anche ucciderti.
Quando ti apri a qualcuno al suo fuoco di entrarti dentro,  a scaldarti, fino al momento in cui, abituandoti, ed è allpra che il fuoco divampa in un incendio. Ma te ne accorgi quando è già troppo tardi.
Le fiamme non puoi domarle, non puoi spegnerle e finisci per briciarti di nuovo.
Ti fa male talmente tanto che alla fine non fa male più.
Ma quando tutto si spegne, e rimangono solo le ceneri, tu rimani solo in un micchio di pezzi rotti, freddi e sterili.
Fino a quando una nuova primavera non arriverà di nuovo.
È vero che quando ci innamoriamo, rinunciamo a parte del nostro ego.
Uccidiamo lentamente, con le nostre stesse mani, noi stessi per creare un nuovo castello di vetro. Tanto bello quanto fragile.
Ma il freddo non brucia. Fonde. Diventa malleabile fino a che non rimane uno sgorbio di quello che era stato. Un ammasso di vetro senza forma. Con i pezzi di te stesso intrappolati li dentro.
E sei consapevole, che solo un incendio più grande e potente di quello precedente potrebbe, rimettere le cose a posto.
O ucciderti definitivamente.

Sipario

Contieniti, fatti passare tutto. Diventa il guscio vuoto, si proprio quello che avevi paura di diventare. Fatti dilaniare dalla coscienza fino a quando non ne rimarrà nemmeno un po'. Tanto la coscienza è una di quelle cose che non ti servirà una volta che sarai morto, no?
Che poi morto si fa per dire ovviamente. Tu sei già un po' morto. Solo che non lo sai. Ogni attimo che passa è un passo più vicino alla tua destinazione, la tua pace eterna. Ma tu non lo sai. E non te ne renderai conto fino al momento in cui esalerai il tuo fottutissimo ultimo respiro.
Ma tu questo non lo puoi sapere, dalla stupidità della tua piccola mente, che pensa che il mondo sia un palco dove tu sei il protagonista. Ma non lo sei. Sei quella comparsa che hanno scartato dal copione per mancanza di fondi. Sei una scena tagliata. Tanto nessuno sentirà la tua mancanza. Come potrebbero sentirla, se nemmeno si sono accorti della tua esistenza, quando ancora respiravi?
Ma non te ne sei nemmeno accorto non è vero? Che a nessuno di loro importa di te per lo stesso motivo per cui a te, non importa degli altri. Tutti loro si sentono protagonisti, tutti che recitano il loro spettacolino come se fossero prime donne. Prima donne senza spettatori, senza applausi, senza luci, senza scena. Almeno fino a quando cala il sipario. In quel momento, proprio quel famoso momento in cui ripensi a tutta la tua vita. Proprio in quel momento ti accorgerai della tua vera natura e realizzerai di quanto la tua vita abbia fatto schifo.

Nebbia

Il problema principale del vivere la propria vita, è trovare la colonna sonora adatta. Senza, che esistenza vuota e priva di senso sarebbe?
Come uno di quei giorni di nebbia, dove tutto è avvolto dentro una luce irreale, come un sogno.
La voce lamentosa di David Bowie che le sussurra piano "no plan".
Con l'inverno sempre più imminente, il freddo che penetra fin nelle ossa, la solitudine sembra essere l'unica condizione accettabile.
Il sorriso della principessa dagli occhi di ghiaccio sempre più lontano.
La spensieratezza delle serate con il ragazzo dei maglioni, lontane.
Forse, guardando ancora più in la, riusciva a scorgere il viso di Lui.
Anch'esso era lontano ormai.
La nebbia, che pervadeva il suo corpo, entrava nelle narici, e prendeva il posto di tutto ciò che c'era prima.
Dentro la sua gabbia toracica non sentiva nient'altro che nebbia.
Forse, non c'era altro, che nebbia.
Ma a quel punto non le importava più.

domenica 23 ottobre 2016

Mostro.

Chiudeva gli occhi, ma raramente riposava davvero. Con i suoi demoni, in agguato, pronti a uscir fuori dagli angoli bui della sua mente.
E rivedeva il suo viso, proprio quel viso, che aveva visto un miliardo di volte, cambiare.
Gli occhi, che sembravano capire tutto di lei, farsi sprezzanti e freddi.
Non era più la persona che aveva conosciuto.
E le crollava il mondo addosso, ogni volta che rivedeva quel sogno.
Il mondo le crollava addosso, ma lei non poteva spostarsi. Mille braccia di infernali giudici la tenevano stretta, immobile, paralizzata.
Immobile per la paura di rivedere in sé quegli stessi occhi freddi e vuoti.
E si svegliava urlando, tutto il dolore di questo mondo.

Una sigaretta fumata sul balcone, con i piedi scalzi e il freddo nelle ossa.
Con l'unico rumore confinato al suo cuore.
E ritornava l'incubo.

Quegli occhi giudici, lo sguardo di chi non vede oltre se stesso, oltre il suo egoismo, la sua ipocrisia.
Lei così piccola fino a quasi scomparire.
E nessuno poteva capire, qual'era quell'unica colpa, di non aver potuto comandare il proprio cuore affinché non amasse lei.
Perché nelle favole, le principesse vivono felici e contente solo con i principi. Le steghe non hanno lieto fine.

Traghettatore

Veloci nella notte, con la luce dei lampioni accesi e delle insegne luminose che riempivano loro gli occhi. Note disarmoniche che si alternavano per creare una musica divina.
Forse era l'inizio di una fine che non lo era per davvero.
Lei voleva perdersi quella notte, guardare al di la dello specchietto retrovisore, per non riconoscersi affatto.
Odore di una carne così familiare ma appartenuta ad un'epoca lontana. Un lungo richiamo dal passato, ma tanto vicino che poteva sentirne il respiro sul bianco collo.
Un'anima inquieta sul lato del passeggero, in balía del sul traghettatore.
Una visiona distorta di una mente malata.
Eppure quella notte voleva starsene su un tetto ad osservare le stelle. Come tante volte aveva fatto, a un passo dal baratro.
Il silenzio era diventata una necessità, il caos per alterare il suo stato di coscienza.
Per ribaltare tutto sottosopra, spolpare, solo,per poter guardare da un altro punto di vista. Forse più malato del precedente.
Un flash di un possibile futuro. Vedeva la sua testa infrangere il parabrezza della macchina del Traghettatore. Rompersi la testa, ogni pezzo di osso e vetro conficcarsi dentro il cervello. E poi buio, ma lei ci vedeva benissimo. Era quella forse la verità.
I suoi polmoni pieni di fumo, ora.
Espira, con uno di quei sospiri che fa di solito. Come si svuotasse la coscienza dalle ombre.
E poi il Traghettatore, sussurra

Inspira.

Fatti attraversare ogni cellula del corpo dall'ossigeno. Mantieni la mente concentrata, non ti distrarre.
Ricordati, tieni a mente le sensazioni, i sapori, raggiungi il picco.

Espira.

Solo che il ricordo di quelle sensazioni svanisce come il fumo espirato. Svanito nell'aria. Ricomincia.

Inspira

Pensa a quello che stai vivendo. Alla velocità a cui stai viaggiando. Trattieni tutto nei polmoni.
Estate. Inverno. Inchiostro nero su foglio bianco. Fumo nelle narici, musica nelle orecchie. Luce della Luna sulla pelle. Le stelle sulla testa.
Il nero che ti avvolge e ti culla.
Raggiungi la tua pace interiore.
Ricordati il volto della tua felicità.
Accorda la tua anima, pulisci il suono, ascoltalo e sintonizzati su quello che vuole davvero dirti.
Sentiti parte dell'Universo.

Espira.

Non è, forse un po' come morire, ma un po' meno estremo?

venerdì 21 ottobre 2016

Negli occhi, l'Inferno

Perché la rossa, negli occhi aveva l'inferno, fiamme divampanti si ergevano come scudi, divorando tutto ciò che toccavano. Per questo non li mostrava a nessuno, per paura, che qualcuno si accorgesse che infondo la luce che emanavano era solo vestigiale, non aveva purezza. Era vuota.
Come possono essere vuoti gli occhi di chi, nella mente ha il mondo?
Gli occhi sono lo specchio dell'anima, diceva, eppure a nessuno mostrava la sua, non più.
Perché nessuno, avrebbe potuto colmare quel vuoto che da tempo si era creato.
Perché nessuno, sarebbe riuscito a capirlo.
Perché nessuno, avrebbe potuto accettarlo.
Ma il fuoco bruciava, una brama di conoscenza, bruciava impietoso qualunque cosa sul suo cammino. Spogliava ogni immagine, ogni attimo, per mostrare la verità.

E gli occhi guardavano avanti ma vedevano solo il passato,
ossessionati del futuro, non lasciavano andare ciò che era stato.
Eppure la felicità poteva essere così vicina, quasi bastasse allungare la mano. Ma gli occhi accecati non vedevano ciò che le mani potevano toccare.
Intanto il fuoco, tormentava la vecchia strega da dentro, torturandola ogni notte.
Anche quando si era promessa di chiudere gli occhi e dimenticare. Ormai quel fuoco le aveva marchiato la pelle, ormai quel fuoco era parte di lei.

giovedì 20 ottobre 2016

Sottopelle

Un pacchetto di Lucky Stike e un treno in costante ritardo.
Nell'aria di Ottobre il vento freddo del Nord che spira e tutto porta via. Infondo sperava portasse via anche lei.
Un paio di Converse verde bottiglia, verdi come le bottiglie del gin aromatizzato che era solita bere nella sua solitudine. Non le piaceva nemmeno, il gin, ma ormai era l'unica cosa che non lasciava tracce il giorno dopo. Non troppe almeno.
I treni ormai erano qualcosa di familiare, un po' come l'odore di casa tua, ma più sporco e meno personale. Viaggiare chilometri tutti i giorni, sentirsi come i viaggiatori medievali che andavano alla ricerca di nuovi mondi. Forse è per questo che le piaceva così tanto viaggiare, forse era questo il motivo per cui non si sentiva a casa da nessuna parte. Nonostante ce l'avesse tatuato vicino al cuore. Il fumo di quella rara sigaretta si avvolgeva intorno al suo viso, alle sue mani ed entravano sottopelle.
E qui la rivelazione che da tempo cercava.
Se sei insieme a una persona che fuma, finisce per entrarti sottopelle. Insieme alla nicotina che inali. Il problema è che non te ne accorgi nemmeno e crei una dipendenza per quella persona, anche se in fin dei conti vuoi solo un'altra dose, della tua nuova droga. Non era altro che una concentrazione di ormoni dentro al suo dannatissimo cervello malato. Quelle maledette dopamine e serotonine che ampliavano i suoi sensi, facendole vedere nuovi orizzonti. Ma uno che queste cose non le sa, si convince che è amore.
Che poi magari non lo è.
Che poi non lo è, e basta.
Che poi l'amore non esiste, come non esiste realmente la droga di cui ti fai.
Esiste solo la dipendenza che ti crei e i suoi effetti collaterali.
Ma le droghe creavano picchi temporanei, l'amore invece poteva durare anni, anche una vita intera.
Ma lei questo mondo l'aveva sempre visto attraverso le lettere, non sfiorato direttamente.
Come quando guardava la tempesta da una finestra. Percepiva tutta la forza e la sua forza distruttiva, ma non riusciva a comprenderla appieno. La sfiorava soltanto, e già pensava di conoscerla appieno, ma la sua vera forza non è quella che vedi.
E lei ultimamente sempre più spesso si trovava in mezzo a quella tempesta. Comprendendo improvvisamente tutta la sua potenza distruttiva. In quel attimo, lasciarsi trascinare via sembrava quasi allettante. 

Figure mistiche sotto la luce della luna piena.

La giovane notte fredda, non abbastanza da scoraggiarli, ma abbastanza da svegliarli da quel terpore che gli aveva reso gli occhi lucidi del troppo vino.
Era giovane quella notte, come lo eravano loro allora.
Veloci come saette in sella alle bici percorrevano le strade ormai deserte, come se fossero streghe pronte per partecipare a qualche segreto rituale.
Nella notte i campanelli risuonavano echeggianti, in mano, una bottiglia di whisky.
Ed erano convinti che il mondo si fermasse per loro quella notte che, trattenesse il respiro mentre salivano sul palco a recitare per quell'unica, pallida spettatrice che li guardava dall'alto.
E sembrava partecipe il suo volto, tanto da dipingere sul suo volto rotondo una smorfia di sofferenza per le loro pene. Con solo, in sottofondo, il rumore degli aghi di pino schiacciati sotto quei passi incerti in quella oscurità che li accoglieva tra le sue braccia come una madre.
Sopra quel palco, inizia il loro rito. Tre stregoni e una strega dai capelli rossi, come il fuoco che la consumava da sempre.
Parlano tra di loro, si confidano in strane litanie, ridono infine, si lasciano andare, come se stessero recitando la loro vita su quel palco.
Sono solo dei giullari al cospetto della bianca Regina, dei cantastorie che cantano per allietare quel viso così addolorato.
E quel whisky torbido, il peggiore che ci possa essere, non sembra così male in quel momento, e un bacio non è altro che recitazione, in quel momento. Perché la vera verità si dice recitando, quando non si riesce ad esprimere in altro modo.
Gli sguardi complici, inconsapevoli che, tutti appartenavano a tutti, perché per quella notte era proprio così.
E la luna guardava ma non giudicava nessuno di loro, capiva i pensieri più torbidi, ma non guardava mai severa.
Arrivati a sto punto cosa gli restava da fare?
Ovviamente, continuare a recitare su quel palco, ma dicendo, scherzando, quella verità che non potevano ammettere nemmeno a loro stessi.

Ricordi di una tempesta passata.

Litigavano, come spesso accadeva da un po' di tempo a questa parte. Forse era solo un pretesto per fare pace, come solo loro sapevano fare: fare l'amore fino a sfinirsi. Fino a sentirsi vuoti di tutti quei sentimenti, forse troppo grandi, per due anime come le loro. Litigavano ferocemente, anche per cose idiote, sopratutto per quelle solo per provare l'ebbrezza di tornare ad essere tutt'uno. Scatenare il fuoco, che diventava un incendio, farsi pervadere dalla rabbia e dalla furia, sgolarsi fino a non avere più fiato, sfiorare il confine che c'è tra amore e odio ma tornare indietro prima che quest'ultimo, si inghiottisse i loro sentimenti.
Erano uguali sotto quel punto di vista: ugualmente affamati di sensazioni sempre più nuove, sempre più estreme, che li facessero sentire, anche solo per un attimo, vivi. Affamati di sesso, quella dipendeza che non se ne andava mai, per quanto cercassero di scacciare, ritornava sempre. Una scimmia fedele, la loro. Tornava più forte di prima, come una dipendenza, che per quanto cercherai di scacciare tornerà sempre, fino a che non troverai una dipendenza ancora più pericolosa.
Sta mattina voglio vedere il mare di ottobre, come il colore dei suoi occhi, tempestoso come era lui.
Non erano fatti per stare insieme per sempre, come nelle favole. Anzi alle favole avevano smesso di crederci già da troppo tempo fa, nella grandezza delle loro menti distopiche. Si lasciavano consumare da tutta quella passione fino a stare male, fino a sentirsi infinitamente piccoli per poter provare un sentimento che forse non capivano davvero. Forse allora, li aveva già consumati. Come due tossici in crisi di astinenza. Come due incendi che bruciavano tutto ciò che trovavano sulla propria strada. Esistevano solo loro. Due anime immerse nelle fiamme. Anche quando, l'unica cosa che sembrava rimanere era solo la cenere.
Forse lei cercherà per sempre quegli occhi e quell'odore. Quella mente ribelle e pazza che aveva trovato una dipendenza peggiore di quanto potessere esserlo lei per lui. Era andato i contro alla normalità del sistema, si era spogliato delle sue convinzioni e di se stesso per essere come tutti gli altri.
Ha rinunciato a lei nel momento in cui ha fatto quella scelta.
Lei ha rinunciato a lui subito dopo.
L'avrebbe ritrovato cambiato, ma non sarebbe stato lo stesso. L'ultimo ricordo di loro due in piedi al binario, con dentro agli occhi ancora la luce della notte precedente, dove si erano fatti un'altra dose. L'ultima.
Immersi dento a fugaci baci, inconsciamente consapevoli che sarebbero stati gli ultimi.
Ancora risuonano le parole del controllore che forse, per ironia della sorte, disse:        " lascialo andare, tanto vi rivedete".
E lei sola in quel binario, in quella giornata di sole, voleva tanto credere a quelle parole.

mercoledì 19 ottobre 2016

La ballata della donna nella vasca e del ragazzo dei maglioni

Non troppo tempo fa, in una città di cui non dirò il nome perché in qualunque città sarebbe potuta capitare una storia simile a questa, viveva una donna molto vecchia, rinchiusa dentro un corpo giovane, che forse non le apparteneva davvero. Dalla sua vecchiaia aveva imparato ad amare, ma sempre più spesso le capitava di parlare di odio invece che di amore. E non si capacitava di questo: perché avrebbe dovuto odiare qualcosa che in realtà era magnifico? Ma l'odio del resto del mondo era soffocante, tanto che il suo corpo rimaneva giovane, ma la mente soffocata da tutto quel dolore, diventava sempre più torbida e oscura. Con sempre maggiore frequenza iniziò a fare pensieri strani, ossessivi, che l'avrebbero portata a camminare sul filo del baratro che la separava dalla sua pace eterna. Più si avvicinava al bordo e più si sentiva viva. Il suo corpo però cominciò ben presto a portare segni di ciò che stava facendo, non era eterno. La luce nei suoi occhi si spense sempre di più fino a che, un giorno, rimase solo una piccola brace invisibile nei suoi occhi. Vedeva scorrere la propria vita tra le sue esili dita, scivolare via come sabbia. L'orologio intanto, scandiva il tempo che non sarebbe più tornato indietro, il suo cuore che batteva sempre più irregolare, fino a che un giorno non si fermò del tutto. Non c'era nulla che potesse sentire. Era quella forse, la sua pace. G
Camminava, respirava, ma non esisteva.

Poi cadde.
Precipitò dentro due pozzi scuri, volò giù per molto tempo prima di schiantarsi.
Forse era quello di cui aveva bisogno. Quella caduta, forse, l'aveva riportata ad esistere. Forse le aveva fatto capire che non tutto era perduto. Dentro quei due pozzi neri aveva visto l'anima di chi, come lei, aveva visto per troppo tempo l'oscurità della solitudine, ma che poi le aveva mostrato la luce.
I suoi occhi d'un tratto ricominciarono a bruciare.
Il suo cuore, d'un tratto ricominciò a battere.
Lei guardava la luce ma non vi vedeva la verità.
Ma affrontò l'oscurità di quei due pozzi, solo per poter credere alla luce e vedere la felicità.

giovedì 13 ottobre 2016

Marte opposto e luna in Pesci






Marte opposto e luna in Pesci, ecco cosa diceva l'oroscopo questa mattina. In toria non saprei nemmeno come interpretare queste sei parole, ma a sentirle, danno la netta sensazione di non portare niente di buio.Me ne sto qui, appollaiata sul mio scoglio preferito a scrivere, con i Cure nelle orecchie e il rumore delle onde nel sottofondo. Per poter scrivere qualcosa devi trovarti nella condizione speciale di ispirazione. Come quando tutto il casino che hai in testa diventa, da un momento all'altro, chiaro e accessibile. Con la stessa violenza di una tempesta al mare, così spaventosa e tremenda da lasciarti interdetta per la sua mole, per poi calmarsi con una rapidità disarmante, la quiete, per permetterti di osservarla più da vicino.
Ci sono troppe cose così affascinanti,così misteriose, da lasciarti addosso quella sensazione di cruda impotenza, farti sentire così piccolo e insignificante davanti a quello che i tuoi stupidi occhi vuoti guardano. Per quell'attimo rimani completamente paralizzato dalla bellezza, in una sorta di sindrome di Stendhal, rinunci al tuo ego per quel attimo che sembra durare in eterno. Vedi l'universo da un'altra prospettiva, quella dove non sei più tu lo sciocco protagonista di una favola già scritta, ma lo è qualcosa di infinitamente più grande di te. E ti senti così insignificante quanto un granello di polvere in un paesaggio mozzafiato.
Il mare è uno di questi paesaggi tanto belli e tanto grandi che ti inghiottiscono dentro di sè. Chiudi gli occhi, senti il ritrarsi sistematico delle onde, come un amante che ti respira vicino di in una notte di pioggia. La consapevolezza di avere qualcuno vicino a te, di un corpo caldo, ma di essere effettivamente sola al buio, con solo i pensieri immersi nello scrosciare dell'acqua. l'odore di salsedine che ti pervade, insieme a quel odore legno bruciato che tanto ricorda l'autunno.
Mentre respiri quell'aria, ti senti a casa, come un vecchio lupo di mare, in mezzo alle onde tempestose e il freddo sferzante, sotto una coltre di nuvole nere appesantite di pioggia.
La notte è un'altra creatura primordiale e misteriosa. La fioca luce della notte rende tutto quasi magico, rende le persone capaci di cose che alla luce del giorno non farebbero ma così, insieme alla notte viene il sesso. Il suono di una chitarra, le volute di fumo che si levano da una sigaretta spenta da poco in un posacenere ormai ricolmo. Le parole di quella canzone tanto familiare quanto sfuggente, mugugnati sottovoce. La sensazione di una leggera alterazione di coscienza che ti pervade, mentre sprofondi dentro una poltrona comoda e cerchi di scrivere frasi che diano un senso a tutto il casino che hai nella mente in quel momento. Un tavolo da sparecchiare, una bottiglia di vino vuota, una di un amaro ancora da finire e quella sensazione di pace interiore. E non vorrei trovarmi in nessun altro posto che qui. la calda carne, il respiro affannoso e languido, quella effimera connessione delle menti.
Risvegliarsi in posto non tuo, ma che ormai ha lasciato qualcosa di indelebile dentro di te, con addosso il profumo della notte precedente stampato sulla pelle. gli occhi chiusi, l'appagamento dei sensi di una promessa fatta al buio. Come il sorriso nell'oscurità, come i due corpi illuminati dalla luna. "Un'altra volta" urlavano in silenzio, come due tossici alla ricerca dell'ultima dose, come due tossici alla loro ultima pera. come quell'ultima volta che non arriva mai. "Non ti innamorare" sussurra nella notte, come se l'ammore fosse solo un comando. Il respiro calmo di chi dorme, il respiro burrascoso di chi rimane sveglio.
La sensazione del sentirsi pieni di difetti, inquinati dal mondo, come unico modo per poterne fare parte. Gli Odori. l'odore è uno dei ricordi più attendibili che abbiamo. le immagini possono venire riprodotte, i suoni registrati, ma gli odori sono irripetibili. Eppure, riconoscerei quel odore familiare ed estraneo tra mille. Sentirlo tra le righe scritte della mia fase quattro della mia terapia per dipendenze.
Perchè ci sentiamo in dovere di mostrare il quanto il mondo ci abbia intossicati? come se uesto dfosse un pregio di esperienze vissute in prima persona, non riciclate, non ricordi di seconda mano. Perchè decidiamo di farci attraversare dalla prima cosa che ci fa sentire liberi e vivi? Ammiriamo la luce dall'ombra, rincorredola. cercando di fare quel passo che ci permetta di mostrarci senza vergogna, nei difetti, lasciarci attraversare dalla luce, per trovare la serenità. Passiamo la vita intera a cercarla, ma la troviamo nelle cose più impensabili: una giornata di sole, un amante, una sigaretta o una bionda lesbica dai capelli corti che ti sorride senza conoscerti, come il fuoco che tutto brucia e tutto consuma.
E io che volevo viaggiare e basta.