sabato 29 ottobre 2016

Piramide.

Mi sarebbe piaciuto condividere con te questa notte,
dove la musica batte forte contro il petto, in contrasto con il battito del cuore.
Dove i suoni si espandono facendo tremare i muri e vacillare il filo logico dei pensieri, che in quei attimi semplicemente spariscono.
Le luci stroboscopiche riflesse nei tuoi occhi, che in questo momento non sono qui con me.
I ritmi frenetici che smorzano il respiro.
Le mani che proiettano ombre, tra la nebbia artificiale.
E sono qui sola sotto la Piramide. 

mercoledì 26 ottobre 2016

La Notte loro compagna

Sai perché alcune persone preferiscono la notte?
Perché di notte non puoi vedere con gli occhi, ma avanzi facendoti giudare dai sentimenti.

Poteva prendersi per il culo quanto voleva, ma nulla avrebbe sostituito Lui. Sapeva di aver fatto un enorme cazzata, lo sapeva dal momento in cui l'aveva lasciato, ma non aveva abbastanza palle per ammetterlo.
Ora, sapeva che la sua vita, la sua stupida vita sarebbe stata una ricerca continua do qualcosa che non c'era più. Guardava altri occhi alla ricerca dei suoi, ma non li trovava.
Cercava quegli stupidi modi di dire, quelle stupide abitudini, ma continuava a non trovarle.
Trovò conforto invece, nel calore di un maglione e dentro un paio di occhi scuri, e vi guardò dentro, senza pretendere di vedere gli occhi di Lui. Ricominciò a scrivere.
Le loro conversazioni non erano fatte di parole, ma di sguardi, di una carezza sotto al tavolo. Era una sorta di rapporto intimo che andava al di la del sesso, gli voleva bene. Ma non perché lei vi vedesse Lui.
Smise persino di vedere le emozioni come motivo di vergogna, ma di vanto.
Le piaceva condividere la notte con lui. La notte, non solo il letto. La luce dei lampioni, e persino quando sdraiati su quel famoso palco, guardavano la Luna, lui le disse le cose che lei mai avrebbe pensato di sentire ad alta voce. Semplicemente perché le pensava anche lei dentro alla sua testa.

Non era amore quello, perché lei sapeva che non avrebbe amato nessun'altro uomo come aveva amato Lui.
E lui era ancora troppo nostalgico del passato per poterla amare. Era un loro tacito patto.
Lei lo sapeva, e non voleva altro. Non serviva altro.
Era la persona "giusta" in quel momento della sua vita. Una persona che non la guardava storto se lei chiedeva: " che faccia ha la Luna?" o faceva una delle sue stuoide domande.
Forse erano due sognatori, per questo si capivano. Erano simili. Avevano le stesse bruciature all'altezza del cuore.
Era l'unico in quel periodo che lei desiderava non perché era bello, non per semplice lussuria, ma perché lui appagava la sua mente.
Era naturale.
Quando accadeva, lei, maniaca del controllo dei propri sentimenti, si lasciava andare, non pensava a nulla, eppure era un uragano di emozioni.

Era semplice. Come sono semplici i sentimenti per i bambini: non ne comprendono appieno il significato, continuano a provarlo. Incondizionatamente. Ingenuamente.

Nemmeno i silenzi tra loro erano imbarazzanti, perché lei sapeva che lui riusciva a capirla anche senza bisogno di parole.
Così come lei leggeva quell'ombra nei suoi occhi scuri, quella che lo tormentava da un po', la capiva e la rispettava, perché si rivedeva in lui.

Di giorno era diverso, diversi gli sguardi.

Forse c'era troppa luce per lasciarsi guidare dai sentimenti.

lunedì 24 ottobre 2016

Dannata.

Per quanto la vecchia strega continuasse a scrivere, per quanto inchiostro consumasse, non sarebbe mai arrivata a placare il fuoco che aveva dentro.
Ormai aveva dimenticato la sensazione del dolore, intenso fino a non sentire più nulla. Come se esso anestetizzasse tutto. Non era nemmeno apatia. Era una semplice barriera di vetro, affilato. Con in alto la luce della Speranza. Era una cosa orribile no? Vedeva quella luce e pensava che andasse tutto bene, con gli occhi rivolti alla luce. Incapaci di vedere il suo stesso corpo affondare nelle sabbie mobili. Fino al momento in cui tutto il castello di vetro si infranse. Era bloccata dalla sabbia, una miriade di schegge che le si infilavano sottopelle. E non le rimase  nulla a cui aggrapparsi. Perché a ogni tentativo di appigliarsi era una ferita più profonda sul suo corpo. Con il vetro che incideva la carne. Il vetro che prima l'aveva sorretta, che aveva creato la luce caleidoscopica che era la Speranza.
Si sentiva tradita. Ma non era l'importante quanto si sentisse infelice ora. Importava solo quanto si era abituata alla felicità in quel breve lasso di tempo. Più saliva, da più in alto sarebbe caduta.

Ma una volta che cadi non puoi sapere se ti rialzerai di nuovo.
La felicità è come il fuoco, prima o poi tutti finiscono per scottarsi, una scottatura che nel peggiore dei casi potrebbe anche ucciderti.
Quando ti apri a qualcuno al suo fuoco di entrarti dentro,  a scaldarti, fino al momento in cui, abituandoti, ed è allpra che il fuoco divampa in un incendio. Ma te ne accorgi quando è già troppo tardi.
Le fiamme non puoi domarle, non puoi spegnerle e finisci per briciarti di nuovo.
Ti fa male talmente tanto che alla fine non fa male più.
Ma quando tutto si spegne, e rimangono solo le ceneri, tu rimani solo in un micchio di pezzi rotti, freddi e sterili.
Fino a quando una nuova primavera non arriverà di nuovo.
È vero che quando ci innamoriamo, rinunciamo a parte del nostro ego.
Uccidiamo lentamente, con le nostre stesse mani, noi stessi per creare un nuovo castello di vetro. Tanto bello quanto fragile.
Ma il freddo non brucia. Fonde. Diventa malleabile fino a che non rimane uno sgorbio di quello che era stato. Un ammasso di vetro senza forma. Con i pezzi di te stesso intrappolati li dentro.
E sei consapevole, che solo un incendio più grande e potente di quello precedente potrebbe, rimettere le cose a posto.
O ucciderti definitivamente.

Sipario

Contieniti, fatti passare tutto. Diventa il guscio vuoto, si proprio quello che avevi paura di diventare. Fatti dilaniare dalla coscienza fino a quando non ne rimarrà nemmeno un po'. Tanto la coscienza è una di quelle cose che non ti servirà una volta che sarai morto, no?
Che poi morto si fa per dire ovviamente. Tu sei già un po' morto. Solo che non lo sai. Ogni attimo che passa è un passo più vicino alla tua destinazione, la tua pace eterna. Ma tu non lo sai. E non te ne renderai conto fino al momento in cui esalerai il tuo fottutissimo ultimo respiro.
Ma tu questo non lo puoi sapere, dalla stupidità della tua piccola mente, che pensa che il mondo sia un palco dove tu sei il protagonista. Ma non lo sei. Sei quella comparsa che hanno scartato dal copione per mancanza di fondi. Sei una scena tagliata. Tanto nessuno sentirà la tua mancanza. Come potrebbero sentirla, se nemmeno si sono accorti della tua esistenza, quando ancora respiravi?
Ma non te ne sei nemmeno accorto non è vero? Che a nessuno di loro importa di te per lo stesso motivo per cui a te, non importa degli altri. Tutti loro si sentono protagonisti, tutti che recitano il loro spettacolino come se fossero prime donne. Prima donne senza spettatori, senza applausi, senza luci, senza scena. Almeno fino a quando cala il sipario. In quel momento, proprio quel famoso momento in cui ripensi a tutta la tua vita. Proprio in quel momento ti accorgerai della tua vera natura e realizzerai di quanto la tua vita abbia fatto schifo.

Nebbia

Il problema principale del vivere la propria vita, è trovare la colonna sonora adatta. Senza, che esistenza vuota e priva di senso sarebbe?
Come uno di quei giorni di nebbia, dove tutto è avvolto dentro una luce irreale, come un sogno.
La voce lamentosa di David Bowie che le sussurra piano "no plan".
Con l'inverno sempre più imminente, il freddo che penetra fin nelle ossa, la solitudine sembra essere l'unica condizione accettabile.
Il sorriso della principessa dagli occhi di ghiaccio sempre più lontano.
La spensieratezza delle serate con il ragazzo dei maglioni, lontane.
Forse, guardando ancora più in la, riusciva a scorgere il viso di Lui.
Anch'esso era lontano ormai.
La nebbia, che pervadeva il suo corpo, entrava nelle narici, e prendeva il posto di tutto ciò che c'era prima.
Dentro la sua gabbia toracica non sentiva nient'altro che nebbia.
Forse, non c'era altro, che nebbia.
Ma a quel punto non le importava più.

domenica 23 ottobre 2016

Mostro.

Chiudeva gli occhi, ma raramente riposava davvero. Con i suoi demoni, in agguato, pronti a uscir fuori dagli angoli bui della sua mente.
E rivedeva il suo viso, proprio quel viso, che aveva visto un miliardo di volte, cambiare.
Gli occhi, che sembravano capire tutto di lei, farsi sprezzanti e freddi.
Non era più la persona che aveva conosciuto.
E le crollava il mondo addosso, ogni volta che rivedeva quel sogno.
Il mondo le crollava addosso, ma lei non poteva spostarsi. Mille braccia di infernali giudici la tenevano stretta, immobile, paralizzata.
Immobile per la paura di rivedere in sé quegli stessi occhi freddi e vuoti.
E si svegliava urlando, tutto il dolore di questo mondo.

Una sigaretta fumata sul balcone, con i piedi scalzi e il freddo nelle ossa.
Con l'unico rumore confinato al suo cuore.
E ritornava l'incubo.

Quegli occhi giudici, lo sguardo di chi non vede oltre se stesso, oltre il suo egoismo, la sua ipocrisia.
Lei così piccola fino a quasi scomparire.
E nessuno poteva capire, qual'era quell'unica colpa, di non aver potuto comandare il proprio cuore affinché non amasse lei.
Perché nelle favole, le principesse vivono felici e contente solo con i principi. Le steghe non hanno lieto fine.

Traghettatore

Veloci nella notte, con la luce dei lampioni accesi e delle insegne luminose che riempivano loro gli occhi. Note disarmoniche che si alternavano per creare una musica divina.
Forse era l'inizio di una fine che non lo era per davvero.
Lei voleva perdersi quella notte, guardare al di la dello specchietto retrovisore, per non riconoscersi affatto.
Odore di una carne così familiare ma appartenuta ad un'epoca lontana. Un lungo richiamo dal passato, ma tanto vicino che poteva sentirne il respiro sul bianco collo.
Un'anima inquieta sul lato del passeggero, in balía del sul traghettatore.
Una visiona distorta di una mente malata.
Eppure quella notte voleva starsene su un tetto ad osservare le stelle. Come tante volte aveva fatto, a un passo dal baratro.
Il silenzio era diventata una necessità, il caos per alterare il suo stato di coscienza.
Per ribaltare tutto sottosopra, spolpare, solo,per poter guardare da un altro punto di vista. Forse più malato del precedente.
Un flash di un possibile futuro. Vedeva la sua testa infrangere il parabrezza della macchina del Traghettatore. Rompersi la testa, ogni pezzo di osso e vetro conficcarsi dentro il cervello. E poi buio, ma lei ci vedeva benissimo. Era quella forse la verità.
I suoi polmoni pieni di fumo, ora.
Espira, con uno di quei sospiri che fa di solito. Come si svuotasse la coscienza dalle ombre.
E poi il Traghettatore, sussurra

Inspira.

Fatti attraversare ogni cellula del corpo dall'ossigeno. Mantieni la mente concentrata, non ti distrarre.
Ricordati, tieni a mente le sensazioni, i sapori, raggiungi il picco.

Espira.

Solo che il ricordo di quelle sensazioni svanisce come il fumo espirato. Svanito nell'aria. Ricomincia.

Inspira

Pensa a quello che stai vivendo. Alla velocità a cui stai viaggiando. Trattieni tutto nei polmoni.
Estate. Inverno. Inchiostro nero su foglio bianco. Fumo nelle narici, musica nelle orecchie. Luce della Luna sulla pelle. Le stelle sulla testa.
Il nero che ti avvolge e ti culla.
Raggiungi la tua pace interiore.
Ricordati il volto della tua felicità.
Accorda la tua anima, pulisci il suono, ascoltalo e sintonizzati su quello che vuole davvero dirti.
Sentiti parte dell'Universo.

Espira.

Non è, forse un po' come morire, ma un po' meno estremo?

venerdì 21 ottobre 2016

Negli occhi, l'Inferno

Perché la rossa, negli occhi aveva l'inferno, fiamme divampanti si ergevano come scudi, divorando tutto ciò che toccavano. Per questo non li mostrava a nessuno, per paura, che qualcuno si accorgesse che infondo la luce che emanavano era solo vestigiale, non aveva purezza. Era vuota.
Come possono essere vuoti gli occhi di chi, nella mente ha il mondo?
Gli occhi sono lo specchio dell'anima, diceva, eppure a nessuno mostrava la sua, non più.
Perché nessuno, avrebbe potuto colmare quel vuoto che da tempo si era creato.
Perché nessuno, sarebbe riuscito a capirlo.
Perché nessuno, avrebbe potuto accettarlo.
Ma il fuoco bruciava, una brama di conoscenza, bruciava impietoso qualunque cosa sul suo cammino. Spogliava ogni immagine, ogni attimo, per mostrare la verità.

E gli occhi guardavano avanti ma vedevano solo il passato,
ossessionati del futuro, non lasciavano andare ciò che era stato.
Eppure la felicità poteva essere così vicina, quasi bastasse allungare la mano. Ma gli occhi accecati non vedevano ciò che le mani potevano toccare.
Intanto il fuoco, tormentava la vecchia strega da dentro, torturandola ogni notte.
Anche quando si era promessa di chiudere gli occhi e dimenticare. Ormai quel fuoco le aveva marchiato la pelle, ormai quel fuoco era parte di lei.

giovedì 20 ottobre 2016

Sottopelle

Un pacchetto di Lucky Stike e un treno in costante ritardo.
Nell'aria di Ottobre il vento freddo del Nord che spira e tutto porta via. Infondo sperava portasse via anche lei.
Un paio di Converse verde bottiglia, verdi come le bottiglie del gin aromatizzato che era solita bere nella sua solitudine. Non le piaceva nemmeno, il gin, ma ormai era l'unica cosa che non lasciava tracce il giorno dopo. Non troppe almeno.
I treni ormai erano qualcosa di familiare, un po' come l'odore di casa tua, ma più sporco e meno personale. Viaggiare chilometri tutti i giorni, sentirsi come i viaggiatori medievali che andavano alla ricerca di nuovi mondi. Forse è per questo che le piaceva così tanto viaggiare, forse era questo il motivo per cui non si sentiva a casa da nessuna parte. Nonostante ce l'avesse tatuato vicino al cuore. Il fumo di quella rara sigaretta si avvolgeva intorno al suo viso, alle sue mani ed entravano sottopelle.
E qui la rivelazione che da tempo cercava.
Se sei insieme a una persona che fuma, finisce per entrarti sottopelle. Insieme alla nicotina che inali. Il problema è che non te ne accorgi nemmeno e crei una dipendenza per quella persona, anche se in fin dei conti vuoi solo un'altra dose, della tua nuova droga. Non era altro che una concentrazione di ormoni dentro al suo dannatissimo cervello malato. Quelle maledette dopamine e serotonine che ampliavano i suoi sensi, facendole vedere nuovi orizzonti. Ma uno che queste cose non le sa, si convince che è amore.
Che poi magari non lo è.
Che poi non lo è, e basta.
Che poi l'amore non esiste, come non esiste realmente la droga di cui ti fai.
Esiste solo la dipendenza che ti crei e i suoi effetti collaterali.
Ma le droghe creavano picchi temporanei, l'amore invece poteva durare anni, anche una vita intera.
Ma lei questo mondo l'aveva sempre visto attraverso le lettere, non sfiorato direttamente.
Come quando guardava la tempesta da una finestra. Percepiva tutta la forza e la sua forza distruttiva, ma non riusciva a comprenderla appieno. La sfiorava soltanto, e già pensava di conoscerla appieno, ma la sua vera forza non è quella che vedi.
E lei ultimamente sempre più spesso si trovava in mezzo a quella tempesta. Comprendendo improvvisamente tutta la sua potenza distruttiva. In quel attimo, lasciarsi trascinare via sembrava quasi allettante. 

Figure mistiche sotto la luce della luna piena.

La giovane notte fredda, non abbastanza da scoraggiarli, ma abbastanza da svegliarli da quel terpore che gli aveva reso gli occhi lucidi del troppo vino.
Era giovane quella notte, come lo eravano loro allora.
Veloci come saette in sella alle bici percorrevano le strade ormai deserte, come se fossero streghe pronte per partecipare a qualche segreto rituale.
Nella notte i campanelli risuonavano echeggianti, in mano, una bottiglia di whisky.
Ed erano convinti che il mondo si fermasse per loro quella notte che, trattenesse il respiro mentre salivano sul palco a recitare per quell'unica, pallida spettatrice che li guardava dall'alto.
E sembrava partecipe il suo volto, tanto da dipingere sul suo volto rotondo una smorfia di sofferenza per le loro pene. Con solo, in sottofondo, il rumore degli aghi di pino schiacciati sotto quei passi incerti in quella oscurità che li accoglieva tra le sue braccia come una madre.
Sopra quel palco, inizia il loro rito. Tre stregoni e una strega dai capelli rossi, come il fuoco che la consumava da sempre.
Parlano tra di loro, si confidano in strane litanie, ridono infine, si lasciano andare, come se stessero recitando la loro vita su quel palco.
Sono solo dei giullari al cospetto della bianca Regina, dei cantastorie che cantano per allietare quel viso così addolorato.
E quel whisky torbido, il peggiore che ci possa essere, non sembra così male in quel momento, e un bacio non è altro che recitazione, in quel momento. Perché la vera verità si dice recitando, quando non si riesce ad esprimere in altro modo.
Gli sguardi complici, inconsapevoli che, tutti appartenavano a tutti, perché per quella notte era proprio così.
E la luna guardava ma non giudicava nessuno di loro, capiva i pensieri più torbidi, ma non guardava mai severa.
Arrivati a sto punto cosa gli restava da fare?
Ovviamente, continuare a recitare su quel palco, ma dicendo, scherzando, quella verità che non potevano ammettere nemmeno a loro stessi.

Ricordi di una tempesta passata.

Litigavano, come spesso accadeva da un po' di tempo a questa parte. Forse era solo un pretesto per fare pace, come solo loro sapevano fare: fare l'amore fino a sfinirsi. Fino a sentirsi vuoti di tutti quei sentimenti, forse troppo grandi, per due anime come le loro. Litigavano ferocemente, anche per cose idiote, sopratutto per quelle solo per provare l'ebbrezza di tornare ad essere tutt'uno. Scatenare il fuoco, che diventava un incendio, farsi pervadere dalla rabbia e dalla furia, sgolarsi fino a non avere più fiato, sfiorare il confine che c'è tra amore e odio ma tornare indietro prima che quest'ultimo, si inghiottisse i loro sentimenti.
Erano uguali sotto quel punto di vista: ugualmente affamati di sensazioni sempre più nuove, sempre più estreme, che li facessero sentire, anche solo per un attimo, vivi. Affamati di sesso, quella dipendeza che non se ne andava mai, per quanto cercassero di scacciare, ritornava sempre. Una scimmia fedele, la loro. Tornava più forte di prima, come una dipendenza, che per quanto cercherai di scacciare tornerà sempre, fino a che non troverai una dipendenza ancora più pericolosa.
Sta mattina voglio vedere il mare di ottobre, come il colore dei suoi occhi, tempestoso come era lui.
Non erano fatti per stare insieme per sempre, come nelle favole. Anzi alle favole avevano smesso di crederci già da troppo tempo fa, nella grandezza delle loro menti distopiche. Si lasciavano consumare da tutta quella passione fino a stare male, fino a sentirsi infinitamente piccoli per poter provare un sentimento che forse non capivano davvero. Forse allora, li aveva già consumati. Come due tossici in crisi di astinenza. Come due incendi che bruciavano tutto ciò che trovavano sulla propria strada. Esistevano solo loro. Due anime immerse nelle fiamme. Anche quando, l'unica cosa che sembrava rimanere era solo la cenere.
Forse lei cercherà per sempre quegli occhi e quell'odore. Quella mente ribelle e pazza che aveva trovato una dipendenza peggiore di quanto potessere esserlo lei per lui. Era andato i contro alla normalità del sistema, si era spogliato delle sue convinzioni e di se stesso per essere come tutti gli altri.
Ha rinunciato a lei nel momento in cui ha fatto quella scelta.
Lei ha rinunciato a lui subito dopo.
L'avrebbe ritrovato cambiato, ma non sarebbe stato lo stesso. L'ultimo ricordo di loro due in piedi al binario, con dentro agli occhi ancora la luce della notte precedente, dove si erano fatti un'altra dose. L'ultima.
Immersi dento a fugaci baci, inconsciamente consapevoli che sarebbero stati gli ultimi.
Ancora risuonano le parole del controllore che forse, per ironia della sorte, disse:        " lascialo andare, tanto vi rivedete".
E lei sola in quel binario, in quella giornata di sole, voleva tanto credere a quelle parole.

mercoledì 19 ottobre 2016

La ballata della donna nella vasca e del ragazzo dei maglioni

Non troppo tempo fa, in una città di cui non dirò il nome perché in qualunque città sarebbe potuta capitare una storia simile a questa, viveva una donna molto vecchia, rinchiusa dentro un corpo giovane, che forse non le apparteneva davvero. Dalla sua vecchiaia aveva imparato ad amare, ma sempre più spesso le capitava di parlare di odio invece che di amore. E non si capacitava di questo: perché avrebbe dovuto odiare qualcosa che in realtà era magnifico? Ma l'odio del resto del mondo era soffocante, tanto che il suo corpo rimaneva giovane, ma la mente soffocata da tutto quel dolore, diventava sempre più torbida e oscura. Con sempre maggiore frequenza iniziò a fare pensieri strani, ossessivi, che l'avrebbero portata a camminare sul filo del baratro che la separava dalla sua pace eterna. Più si avvicinava al bordo e più si sentiva viva. Il suo corpo però cominciò ben presto a portare segni di ciò che stava facendo, non era eterno. La luce nei suoi occhi si spense sempre di più fino a che, un giorno, rimase solo una piccola brace invisibile nei suoi occhi. Vedeva scorrere la propria vita tra le sue esili dita, scivolare via come sabbia. L'orologio intanto, scandiva il tempo che non sarebbe più tornato indietro, il suo cuore che batteva sempre più irregolare, fino a che un giorno non si fermò del tutto. Non c'era nulla che potesse sentire. Era quella forse, la sua pace. G
Camminava, respirava, ma non esisteva.

Poi cadde.
Precipitò dentro due pozzi scuri, volò giù per molto tempo prima di schiantarsi.
Forse era quello di cui aveva bisogno. Quella caduta, forse, l'aveva riportata ad esistere. Forse le aveva fatto capire che non tutto era perduto. Dentro quei due pozzi neri aveva visto l'anima di chi, come lei, aveva visto per troppo tempo l'oscurità della solitudine, ma che poi le aveva mostrato la luce.
I suoi occhi d'un tratto ricominciarono a bruciare.
Il suo cuore, d'un tratto ricominciò a battere.
Lei guardava la luce ma non vi vedeva la verità.
Ma affrontò l'oscurità di quei due pozzi, solo per poter credere alla luce e vedere la felicità.

giovedì 13 ottobre 2016

Marte opposto e luna in Pesci






Marte opposto e luna in Pesci, ecco cosa diceva l'oroscopo questa mattina. In toria non saprei nemmeno come interpretare queste sei parole, ma a sentirle, danno la netta sensazione di non portare niente di buio.Me ne sto qui, appollaiata sul mio scoglio preferito a scrivere, con i Cure nelle orecchie e il rumore delle onde nel sottofondo. Per poter scrivere qualcosa devi trovarti nella condizione speciale di ispirazione. Come quando tutto il casino che hai in testa diventa, da un momento all'altro, chiaro e accessibile. Con la stessa violenza di una tempesta al mare, così spaventosa e tremenda da lasciarti interdetta per la sua mole, per poi calmarsi con una rapidità disarmante, la quiete, per permetterti di osservarla più da vicino.
Ci sono troppe cose così affascinanti,così misteriose, da lasciarti addosso quella sensazione di cruda impotenza, farti sentire così piccolo e insignificante davanti a quello che i tuoi stupidi occhi vuoti guardano. Per quell'attimo rimani completamente paralizzato dalla bellezza, in una sorta di sindrome di Stendhal, rinunci al tuo ego per quel attimo che sembra durare in eterno. Vedi l'universo da un'altra prospettiva, quella dove non sei più tu lo sciocco protagonista di una favola già scritta, ma lo è qualcosa di infinitamente più grande di te. E ti senti così insignificante quanto un granello di polvere in un paesaggio mozzafiato.
Il mare è uno di questi paesaggi tanto belli e tanto grandi che ti inghiottiscono dentro di sè. Chiudi gli occhi, senti il ritrarsi sistematico delle onde, come un amante che ti respira vicino di in una notte di pioggia. La consapevolezza di avere qualcuno vicino a te, di un corpo caldo, ma di essere effettivamente sola al buio, con solo i pensieri immersi nello scrosciare dell'acqua. l'odore di salsedine che ti pervade, insieme a quel odore legno bruciato che tanto ricorda l'autunno.
Mentre respiri quell'aria, ti senti a casa, come un vecchio lupo di mare, in mezzo alle onde tempestose e il freddo sferzante, sotto una coltre di nuvole nere appesantite di pioggia.
La notte è un'altra creatura primordiale e misteriosa. La fioca luce della notte rende tutto quasi magico, rende le persone capaci di cose che alla luce del giorno non farebbero ma così, insieme alla notte viene il sesso. Il suono di una chitarra, le volute di fumo che si levano da una sigaretta spenta da poco in un posacenere ormai ricolmo. Le parole di quella canzone tanto familiare quanto sfuggente, mugugnati sottovoce. La sensazione di una leggera alterazione di coscienza che ti pervade, mentre sprofondi dentro una poltrona comoda e cerchi di scrivere frasi che diano un senso a tutto il casino che hai nella mente in quel momento. Un tavolo da sparecchiare, una bottiglia di vino vuota, una di un amaro ancora da finire e quella sensazione di pace interiore. E non vorrei trovarmi in nessun altro posto che qui. la calda carne, il respiro affannoso e languido, quella effimera connessione delle menti.
Risvegliarsi in posto non tuo, ma che ormai ha lasciato qualcosa di indelebile dentro di te, con addosso il profumo della notte precedente stampato sulla pelle. gli occhi chiusi, l'appagamento dei sensi di una promessa fatta al buio. Come il sorriso nell'oscurità, come i due corpi illuminati dalla luna. "Un'altra volta" urlavano in silenzio, come due tossici alla ricerca dell'ultima dose, come due tossici alla loro ultima pera. come quell'ultima volta che non arriva mai. "Non ti innamorare" sussurra nella notte, come se l'ammore fosse solo un comando. Il respiro calmo di chi dorme, il respiro burrascoso di chi rimane sveglio.
La sensazione del sentirsi pieni di difetti, inquinati dal mondo, come unico modo per poterne fare parte. Gli Odori. l'odore è uno dei ricordi più attendibili che abbiamo. le immagini possono venire riprodotte, i suoni registrati, ma gli odori sono irripetibili. Eppure, riconoscerei quel odore familiare ed estraneo tra mille. Sentirlo tra le righe scritte della mia fase quattro della mia terapia per dipendenze.
Perchè ci sentiamo in dovere di mostrare il quanto il mondo ci abbia intossicati? come se uesto dfosse un pregio di esperienze vissute in prima persona, non riciclate, non ricordi di seconda mano. Perchè decidiamo di farci attraversare dalla prima cosa che ci fa sentire liberi e vivi? Ammiriamo la luce dall'ombra, rincorredola. cercando di fare quel passo che ci permetta di mostrarci senza vergogna, nei difetti, lasciarci attraversare dalla luce, per trovare la serenità. Passiamo la vita intera a cercarla, ma la troviamo nelle cose più impensabili: una giornata di sole, un amante, una sigaretta o una bionda lesbica dai capelli corti che ti sorride senza conoscerti, come il fuoco che tutto brucia e tutto consuma.
E io che volevo viaggiare e basta.