lunedì 28 novembre 2016

Levante

Vento che soffia impetuoso contro il mare che s'alza oltre l'orizzonte. Bianco di schiuma è il suo manto, lamentoso il canto.

Una ferrovia nel bel mezzo di quelle onde, al centro della tempesta.
Levante soffia impetuoso, piegando alberi e fronde al suo passaggio.
Freddo, come chi si sente soffocare nella propria città, nella propria casa. Solitamente è, chi viene da un piccolo paesino di provincia, troppo piccolo per la grande ambizione di diventare nessuno, troppo grande per poterne sopportare il peso. Uno di quelle cittadine marittime che si lasciano attraversare dai venti e dove il tempo è scandito con le maree.
Dove il Levante, vecchio amico, viene chiamato Bora.

Temuto vento, contro il quale nessun marinaio osa andare, che porta tempesta, che si prende le sventurate anime di marinai troppo impavidi per non restituirlo mai.

È un prezzo da pagare quello quando si sfida il Mare.

Il vento fischia litargico, canta dei marinai che il mare si è preso, canta delle vedove straziate dal dolore e delle onde furiose. Canta la triste canzone dei naufraghi e dei relitti sul fondo del mare, degli scogli e dei tesori sulla riva.
Canta per malinconiche orecchie che lo stanno ad ascoltare.
Canta del prossimo inverno che sta per arrivare.

sabato 26 novembre 2016

Ballata sulle note della follia

Occhi immersi nel crepuscolo, luce che andava sfumando inghiottita dalla fame del buio.
Mani sicure che si issavano sugli infissi, arrampicandosi sempre piu in alto, in bilico a più di dieci metri dal suolo. Era un modo per sfidare se stessa, si diceva, un modo per sfidare la sorte.
Rincorrere il silenzio da lassù, guardare la sua vita da un'altra prospettiva, dove la solitudine non sembrava poi così invalicabile. Tegole rosse sotto i piedi scricchiolavano al suo passaggio, la città che iniziava a illuminarsi dalla luce di mille soli artificiali. Stormi di uccelli neri che volavano sopra la sua testa mentre guardava il sole inabissarsi sempre di più, un po' come lei: si inabissava da anni, senza mai tornare a galla o senza toccare mai il fondo. Un'apnea che durava da anni.  Gli occhi scuri diventati incandescenti specchi del tramonto. Un fuoco che consumava l'intera città tutti i giorni, da millenni.
Continuava a camminare sul bordo del cornicione, con passo sicuro di chi, non fa altro che aumentare le probabilità di cadere di sotto, quando basterebbe una folata di vento.
La sottile linea di calcestruzzo e cemento.
Le stelle che fioriscono man mano che cala il buio, lassù vigili a farle compagnia.
La Luna calante, uno sbieco sorriso di chi, ha già visto mille volte la stessa scena, dipinto di mille volti diversi.
Chissà dov'era il pelo dell'acqua, chissà dove si infrangevano le onde del buio?
Chissà quante volte ancora avrebbe sentito la soffocante solitudine di una casa troppo vuota.
Chissà se avrebbe smesso di sentirsi sola tra le fredde braccia di un amante.
Chissà se si sarebbe mai cancellato il ricordo straziante di Lui.
Chissà se sarebbe riuscita ancora ad annegare dentro quegli occhi scuri, sprofondare in un abbraccio caldo di un maglione.
Chissà se sarebbe resistita a quell'occupazione temporanea.
Chissà se si fosse fermata in tempo prima di sentire l'odore freddo e metallico del dolce pulsare del suo cuore, colorare di rosso le foglie nelle grondaie.

sabato 19 novembre 2016

Perdente

Perdi nel momento in cui ti incazzi con tutto l'universo, prima ancora con te stesso, per qualcosa che tu stesso hai fatto: dove non sei riuscito ad arrivare, quello che non sei riuscito ad ottenere.
La tua è solo una gara contro te stesso. Il gioco del riuscire a farti amare dal prossimo, dimostrare che nonostante tutto non ti importi, che nonostante tutto, infondo non provi nulla, che non te ne frega nulla.
Perdi nel momento in cui accetti di mentire a te stesso, quando ti costringi a fare qualcosa contro la tua natura.
Perché nascondendo il tuo fottutissimo dolore, ci rimetti solo tu. Rimani solo in ogni caso, ma con il tuo dolore a schiacciarti contro l'asfalto. Lascialo andare, a nessuno interessa più di quanto dimostra se sei forte o debole. Importa solo se accetti te stesso nei tuoi limiti:
Quella ragazza non ti guarderà come tu guardi lei.
Quel uomo non ti amerà come ha amato in precedenza.
Tu stesso ti chiedi se ne sarai mai più capace.
Perdi nello stesso istante in cui perdi qualcosa per sempre: un sorriso,un ricordo, un amico, un'occasione, un consiglio, la capacità di amare.
Quando arrivi alla consapevolezza di non poterlo far tornare idietro, mai più.
Perdi persino quando ti rendi conto di non aver perso del tutto la capacità di amare. Una piccola brace rimasta, mezza assopita, ma che ti fa innamorare di nuovo, quando scopri che semplicemente vuoi stare con quella persona. Nient'altro. Solo perché ci stai bene.
Perdi quando ti rendi conto che è uno scherzo della tua testa, quando vedi indifferenza nei suoi occhi, dove fino a poco prima vedevi la Luce.
Quando vorresti scrivergli ma l'orgoglio non te lo permette.
Quando vorresti urlare ma stai zitto.
Quando semplicemente ci metti una pietra sopra.
D'altra parte, come potresti vincere semplicemente vivendo?

lunedì 14 novembre 2016

Luna, o del dolore

Lo sguardo freddo, tanto luminoso da rischiarare gli occhi di chi la guardava. Aveva uno sguardo distratto oggi, si nascondeva tra le nubi, lanciava rapide occhiate fugaci.
Il palco era deserto oggi.
Il freddo, un presagio di inverno, attraversava la pelle e si insinuava nel petto, vicino al cuore, nelle ossa, nella testa.
Vuoti gli occhi di quell'unica attrice, che seduta sul palco ammirava la Luna, come ella aveva ammirato loro.
Sul suo viso la stessa smorfia di allora, addolorata.
Erano in due, quella sera ad averla, quella stessa, triste maschera.
Che spettacolo poteva esserci con solo un attore ad interpretare l'intera tragedia?
La Luna osservava silente, come osservava allora, ma distratta.
Unica compagna di solitudine, in quel teatro vuoto.
Nessuno con cui condividere quello spettacolo, nessuno che avrebbe capito in quel momento che cosa stava provando, nemmeno gli attori più bravi riescono a trasmettere le emozioni che nemmeno loro stessi capiscono.
In questo erano diverse, la Luna e la Strega: se per la prima era dolore, per la seconda era solitudine, un barlume di luce negli occhi, che ricordava la felicità. Un silenzioso pianto, che non era tristezza ma malinconia.
Che cosa affliggeva tanto la Luna?

Quella dannata Luna, che ogni volta faceva piangere qualche mortale quaggiù... Questa volta ero io.

domenica 13 novembre 2016

Equazione di Dirac

Che cosa succede quando provi un'emozione tanto intensa da farti toccare il cielo?
Pensi che da lassù potresti vedere te stesso percorrere le stesse strade, mangiare le stesse cose, respirare la stessa aria, ancora, ancora e ancora?
Pensi che dopo, il sole sorgerebbe nuovamente?
Che sarai ancora capace di provare qualcosa, di ritrovare la soddisfazione in quello che fai?
No.
Niente sarà più come prima, non riuscirai a dormire, nemmeno con i calmanti nel corpo, non riuscirai a respirare senza sentire in petto una ferita aperta, non riuscirai a scrivere, a disegnare, a guardare il mondo con gli stessi occhi, fino a che non ti perderai di nuovo in quell'abbraccio nella notte. Fino a che non ascolterai quello stesso cuore battere, il suo respiro che insegue il tuo.

Perché leggi quei maledetti libri?
Forse per immedesimarti nel dolore di quelle storie, lasciarti sommergere dallo strazio, fino a che il tuo stesso dolore diventi un'ombra sbiadita. Ma nemmeno allora il tuo inferno avrà mai fine. Vorresti urlare, ma ti ritrovi qui, solo a scrivere grandissime cazzate rivolte a nessuno.
Perché amiamo persone che non ci amano, che ci abbandonano.
Chi giuriamo di non amare per pincipio.
Finiamo bruciati, consumati dalla felicità, dagli eccessi, solo per poter toccare di nuovo quel cielo.
Perderci.
Avere qualcuno che legga nei nostri occhi lo strazio, la sofferenza, che la comprenda. Riversare noi stessi, senza timore.
Ma rimaniamo soli, animali ingabbiati nell'insoddisfazione. Animi irrequieti nella tranquillità di una routine.
Accompagnati da uomini o donne, ma soli. Incapaci di farsi comprendere ed essere compresi.
Infognati in relazioni grigie, monotone. Quando quello che fai a letto è la copia sbiadita di una scopata. Perché con la mente sei altrove, pensi ad altro, e all'inizio fingi, sorridi. Poi smetti persino di fingere, tutto si spegne. E non vuoi nemmeno lasciarti toccare. Ma stai bene lo stesso, perché sai che staresti solo peggio. Perché vuoi quelle maledette mani sopra i tuoi fianchi, perché vuoi quelle dannatissime labbra sopra le tue. Quella mente così simile alla tua. Ma quella mente è lontana anni luce.
Nemmeno si ricorda della tua esistenza. La tua equazione di Dirac è sbagliata, perché dei due corpi entrati in contatto, l'unico ad aver avuto ripercussioni nel proprio sistema sei stato tu.

Asfalto

Da un po' si era persa in mezzo al mare dell'ozio, se ne stava li, ad occhi chiusi in attesa che succedesse qualcosa. Era stanca, tanto stanca, ma non voleva lasciarsi trascinare via dalla corrente. Aspettava qualcosa di vero, che la svegliasse da quel dormiveglia, da quelle abitudini, che le provocasse uno shock tanto grande da farle sfiorare la Pace e farla tornare indietro. Che la investisse come un treno in corsa.
Un po' come cadere dal sesto piano e sfracellarsi al suolo.
Resta sintonizzato sulle tue ossa che si rompono nell'impatto, il battito cardiaco che accellera, l'adrenalina si espande in tutto il corpo. Il dolore tanto forte da non sentirlo. Il sangue che scivola via dalle tue vene, il cuore che rallenta, la testa si fa pesante e la vista si annebbia.
E vedi la Luce.
Ma non è ancora ora. Fai refluire il tuo sangue nelle vene, riavvolgi il nastro. 
Una scarica elettrica di attraversa il torace, si indugia sul cuore, esce fuori dal tuo corpo e tu spalanchi gli occhi e finalmente ci vedi chiaro.
Perché nell'attimo in cui il tuo primo osso si rompe contro il duro asfalto la tua mente era ferma a un determinato odore, in una determinata situazione, che forse nemmeno ti ricordavi ma che c'è sempre stato, nemmeno ci hai prestato attenzione. Sempre occupato, sempre di corsa.
Ma quell'odore, quella canzone un po' stupida che ti ronza nelle orecchie, ti riporta una sola persona alla mente, esattamente un attimo prima che tutto finisca.
Rivedi il suo volto, il suo sorriso, rivivi il calore di un abbraccio. Mentre ci facevi l'amore. E ti penti di non aver apprezzato ogni attimo, di essere stato così stupido da non aver impresso ogni singolo respiro sulla sua pelle. Di non averci fatto caso o di aver fatto finta di non vedere, pur di non cedere, pur di non mostrarti debole. Di non esserti spogliato davanti alla felicità. Ti penti, sorridi, ti sei mostrato forte, ma sei rimasto infelice. Ma ormai è tardi. Tu sei caduto, ti sei sfracellato. Amare non è altro che accettare il rischio di mostrarsi vulnerabili, puoi vincere o perdere, tutto sta nel trovare un giocatore giusto.

sabato 5 novembre 2016

Sotto ai portici

Il buio aveva ormai inghiottito i colori, e la pioggia copriva i rumori. Solo luci artificiali di una città che non era nemmeno la sua. Vedeva palazzi centenari, di una bellezza rara e strade di forse mille anni. Avrebbe voluto soffermarsi a guardare tutta quella bellezza da vicino, perfino il barbone che dormiva beato a pochi passi da lei. La pioggia scrosciante si abbatteva vicino ai suoi piedi ma non ci faceva nemmeno caso, le piaceva la pioggia. Vedeva persone correre, bagnarsi per mettersi al riparo o improvvisare ombrelli di fortuna. Laggiù qualcuno danzava.
Nonostante la compagnia animata si sentiva persa e sola, un po' come quella luce artificiale: era li, ma non illuminava abbastanza. Non era la serata che preferiva.
Si girava tra le cantinette, in mezzo ai san pietrini, tra bicchieri vuoti e visi rubicondi, la musica a tutto volume. Non voleva nemmeno bere quella sera, non la soddisfaceva nemmeno più, troppo abituata forse, alla malinconia sobria.
Si dondondolava su quella sedia, in un angusto locale, facendo fuggire la mente lontano di circa 60 chilometri, forse, anche un po' di più. Ma la riportavano indietro a forza, trascinandola dentro la conversazione. Ma non voleva discutere delle loro materiali.
E di nuovo cercò di fuggire lontano.
Guardava gli alberi e le foglie, che con quella luce avevano qualcosa di magico. Guarda quell'albero Laggiù, aveva detto. La guardava come se fosse pazza, non capendo quello che intendesse dire.
E mai al mondo come in quel istante avrebbe desiderato essere capita e scaldata da quel maglione, sotto un piumone, un film e una tisana calda.
Perché forse era pazzia, ma vedere la bellezza nelle piccole cose non è da tutti.

venerdì 4 novembre 2016

Cosa ne sai tu?

Hai mai pensato al sesso? Non intendo secondo la sua definizione di funzione biologica e ludica.
Non intendo quando devi farti figo davanti agli amici, facendo l'inventario di tutte le tue conquiste.
E nemmeno quando devi farlo perché "va fatto".
Intendo quel momento in cui la tua mente arriva alla consapevolezza che quello che fai è una sorta di magia misteriosa, effimera. Un modo come un altro di fare arte.
Ma tu, piccola testina di cazzo, sembri capire la grandezza di quell'opera d'arte ma il suo senso ti sfugge. Ma a te non importa vero?
Per te non è altro che un groviglio di arti e liquidi. Nient'altro che scambio di sostanze chimiche. Pronto a dissolversi in un attimo.
E allora non arriverai mai alla consapevolezza che quello che starai facendo per i prossimi minuti, potrebbe cambiare radicalmente il tuo modo di vedere il mondo. Il tuo piccolo universo microscopico dove, al centro ci sei tu.
Pensa però a come si è sentita la Chiesa quando un tale, di nome Galileo, ha detto che noi non siamo il centro di un bel niente. Pensa nella sua egoistica mente cosa potrebbe essere successo.
Bam.
Il caos.
Più o meno è quello che succederà a te quando scoprirai che il mondo come lo conosci, il tuo fottutissimo mondo, andrà avanti anche dopo che sarai morto e che, probabilmente, nel giro di un paio di anni nessuno ricorderà il tuo insignificante nome. Ma non è per sminuirti, su, non prendertela. Non ti stavo mica accusando...
Sto solo cercando di smuovere la  merdina rinsecchita nascosta nella tua scatola cranica.
Ma seguimi, ti prego. Cerca di stare molto attento anche.
Hai mai provato a pensare oltre le cose che fai? Quello che realmente stai facendo in quel momento, la consapevolezza di ogni tuo gesto o parola? Beh dovresti. E fidati, non ti accontenterai più delle solite scopate toccata e fuga. Non ti limiteresti più a soddisfare il tuo corpo, ma penseresti alla mente.
Forse riusciresti persino a rianimare il cricetino morto e sepolto ormai da anni nel vuoto siderale della tua testa.
Prova a vederla con altri occhi. Smettila di pensare alle conseguenze di quello che fai o non fai dentro le mura di quella stanza. O con chi lo fai. Smettila di pensare che interessi a qualcuno. Fallo e basta, perché quel attimo non tornerà mai più indietro. Togliti tutti gli sfizi possibili durante la tua breve esistenza, perché saranno solo quelli che porterai sottoterra.
E sopratutto, non ridicolizzare il sesso, non renderlo prigioniero di stereotipi idioti.  Smettila di usarlo come un arma o tabù. Perché senza di esso, tu non saresti nato. Vedila un po' come ti pare: dal gesto più puro che ci sia, fino alla lussuria più peccaminosa. Non importa. Goditi ogni fottutissimo singolo attimo.
Cosa potresti fare con una bella donna incontrata in un bar? Invitarla a cena? Costruirci una vita felice? Chi lo sa. Per ora limitati a parlarle e a sorseggiare il tuo drink. Magari quella notte finirete a letto insieme, ma non giudicarla, anche tu come lei hai ceduto a questo impulso. Vi rivedrete? Non puoi saperlo. Potresti essere la sua avventura di una notte o l'uomo della sua vita, ma non dare per scontato che lei aspetti una tua chiamata. Probabilmente non si ricorderà nemmeno come ti chiami. Ma non è importante, perché probabilmente, anche tu non ricordi il suo nome. Ricorderai invece i tratti che la caratterizzano maggiormente: una risata, un neo in un posto strano, uno sguardo malizioso. Custodisci questi particolari, perché sono loro ad aver caratterizzato la vostra notte insieme. Sono cose che non puoi trasmettere a parole, non puoi raccontare. È l'unica cosa che ti rimane di personale, una connessione che crei con un altra persona. Le concedi di costruire un legame, spesso come un filo rosso, ma che solo voi due, in una notte di solitudine, riuscirete a trovare.