lunedì 20 gennaio 2020

Emozioni

Ho sempre avuto problemi a relazionarmi col prossimo.
Le persone della mia età mi incutevano un certo 'timore' dovuto probabilmente la nostra attitudine a parlare lingue diverse, ad avere priorità diverse, modi di vedere il mondo completamente opposti. 
Gli uomini e le donne più grandi, mi sembravano semplici da capire, in fonsovolevamo tutti la stessa cosa, essere lasciati in pace, vivere in modo semplice senza tutti i giochi psicosociali che potevano servire solo ad uno scopo: quello di dimostrare chi fosse l'alpha. 
Io non ho mai avuto bisogno di confermare me stessa nella società, in parte perché sapevo di non averne un posto definito, un po' perché non mi interessava averne parte. La conseguenza naturale di tale comportamento era che mi ritrovavo nello stesso piccolo giro di persone con cui avevo cose in comune, ma con cui alla fine, non avevo nulla da spartire. 
Mi sono abituata alla solitudine, all'introspezione, al voler dire tutto subito e chiarire senza ulteriori indugi. 
Non avevo e non ho tempo da perdere, la vita scorre troppo veloce tra le mie mani. 
A volte in un battito di ciglia passano stagioni, anni, le persone che reputavo fondamentali, si rivelavano marginali o solo di passaggio. 
Del resto tutti sono utili ma nessuno è indispensabile. 
In ogni momento, in ogni frame della mia esistenza provavo emozioni tanto intense quanto spaventose, per la violenza con cui riuscivano a prendermi la mente. Sembravano emozioni uniche, irripetibili, ma in realtà era tutto una copia, di una copia di un surrogato di un'emozione che qualcuno voleva che provassi. 

giovedì 9 gennaio 2020

Creep.

Apri gli occhi e ti rendi conto che hai un blocco di cemento all'altezza dello stomaco. Non respiri come dovresti, non riesci a muoverti, non mangi, non riesci nemmeno a vomitarlo. 
Qualunque cosa sia, sai che è da tempo che prende forma, diventa sempre più grande, ingombrante. 
Eppure non riesci a tirarlo fuori. 
Non scrivi come vorresti, incespichi tra le parole e le frasi che scorrono sullo schermo non ti danno nessun sollievo. 
Non riesci a fare uscire le immagini dagli occhi sulle mani. 
Guardi corpi deformi, piccoli mostri nati morti creati da un dio confuso e impotente. 
E il peso diventa un vuoto che ti mangia da dentro del tuo pessimismo cosmico.
È un'intossicazione del sistema nervoso. Troppo o troppo poco. 
Un'equilibrio che non capisci bene come rompere, un effetto farfalla che non si scatena finché non ci saranno falene a volare nello stomaco. 
Una causa scatenante.
Una scarica elettrica dritta nel cervello, una lobotomia vecchio stile. 
Un punto di vista nuovo. 
Vorresti che qualcuno ti cacciasse un braccio in gola e toccasse con mano le interiora. 
Che ti estirpasse il peso della solitudine dal diaframma cosicché ricominci a respirare.