mercoledì 16 settembre 2020

Ossa

Ci sono ferite che ci mettono tempo per guarire, i tagli più o meno profondi si rimarginano, le contusioni si sistemano, le ossa rotte purtroppo, anche guarendo, non tornano mai come prima. Anzi, ci sarà sempre quel dolore sordo, ormai abituale, a ricordare che un tempo, quel pezzo di noi era spezzato. 
Un osso rotto quasi dieci anni fa, se non calcificato bene, può azzopparti per la vita. 
In questo momento, in questi momenti mi sento zoppa, come se qualcosa di me non funzionasse propriamente. 
È come tirare un sospiro dopo ore di apnea, proprio quando i tuoi polmoni vanno a fuoco ed inizi a vedere parti della tua vita che vorresti dimenticare. Volti e azioni che ti condannano ad una pena, per un peccato fatto da altri. 
Ma quasi dieci anni dopo. 
Durante l'adolescenza pensi di essere invincibile, di poter sopportare ogni cosa, che il male del mondo sia solo un amore non corrisposto o un brutto voto a scuola.
Crei una corazza, costruisci muri, anche se proprio in quel momento sei la persona più vulnerabile del pianeta. 
Niente può scalfirti, nemmeno quando usano la violenza su di te, e quando capisci che la fiducia va dosata con il contagocce. 
Covi odio ma non ti fai influenzare dall'avvenimento. 
Te ne dimentichi perfino, come di un osso rotto. 
Nel frattempo l'osso si calcifica male, l'odio e il rancore prendono il sopravvento, vai a fuoco ma ti stai murando dentro una fortezza con le tue stesse mani. 
Allontani tutti, ringhiando come un animale rabbioso, purché nessuno riesca a vedere il dolore che c'è dietro.
L'osso è guarito, ma tu rimani un animale zoppo, riesci persino ad essere felice in alcuni momenti. Come se non fosse mai successo nulla, come se il mondo fosse un posto sicuro. 
Col tempo, capisci che non tutti hanno la fortuna di reagire alla violenza come hai fatto tu, anzi ti senti fortunata per un certo verso. 
Non ha per nulla influenzato la tua crescita ma ti ha solo fatto le ossa. 
Nulla di più sbagliato. 
Inizi ad oggettificare te stessa negli occhi degli altri, spegnendo con l'interruttore le aspettative e il dolore.
Eppure non basta, ti spingi oltre le cose, vuoi capire il cosa spinge alcune persone a compiere atti così orrendi contro un altro essere umano. 
Rimani un essere umano perfettamente funzionante socialmente, ma di notte non dormi per la paura di non riuscire a scappare di nuovo. 
E costruisci altri muri. Muri così alti che nessuno può spezzarti nemmeno un'unghia. 
Ad un certo punto realizzi di non riuscire a relazionarti con il prossimo, che la tua parte emotiva è completamente tagliata fuori, sostituita da un ossessivo attaccamento. 
Solo che ora sei intrappolata dentro il castello impenetrabile e non riesci ad uscire se non esplodendo una volta per tutte. 
Esplodi, bruci, butti fuori la rabbia e il dolore su una persona totalmente a caso. 
Perché rivedi la faccia e i gesti di quel giorno. 
Ti ritrovi vulnerabile di nuovo. 
Ti fai male di nuovo. 
Arrivi ad un punto in cui non vuoi mostrare debolezze al punto da decidere di proposito di sembrare pazza piuttosto che vedere la pietà negli occhi di qualcuno. 
Ti irrigidisci ad ogni sfioramento anche casuale, rifiuti qualsiasi forma di fisicità ed anche se vorresti, ti tiri sempre indietro prima di fare un qualunque passo. 
L'interesse di un altra persona ti mette a disagio. Ti mettono a disagio i complimenti, vedi falsità in chiunque e ti annichilisci fino a non avere più fiducia di nessuno. 
Al momento vorresti urlare al mondo che il tuo problema è quello di essere stata violentata quasi dieci anni fa. Ma a nessuno vengono fuori i traumi così tardi. Non sopporteresti di essere vista come qualcuno in difficoltà perché solo la parola, stupro ti fa sentire come se tutti ti guardassero con pietà, quando tu vorresti solo spezzare le gambe e le ossa a chi l'ha fatto. 
Perché ora sei un animale zoppo. 
Perché vorresti rassicurare tutti sul fatto che stai bene, ma che hai bisogno di tempo. 
Che hai bisogno di reimparare a fidarti di nuovo del prossimo. 
Che le ossa cicatrizzate male, hanno bisogno di essere rotte di nuovo per guarire bene. 



martedì 21 luglio 2020

Figli

A vent'anni nessuno si preoccupa delle conseguenze delle proprie azioni, si vive in un mondo scandito solo dal presente, mentre il passato è troppo recente per essere considerato un insegnamento ed il futuro è troppo astratto.
Accadono momenti, come fulmini a ciel sereno che illuminano il buio del tempo che stiamo percorrendo, facendoci rendere conto di dove siamo e molte volte facendoci vedere a noi stessi per la prima volta. 
Sono sempre stata una persona pragmatica, impegnata a pensare al fine piuttosto che dei mezzi. 
Per scelta, dettata da esperienza e idealismo mi sono sempre opposta all'idea della maternità, sia come costrutto sociale che come semplice realizzazione egoistica dell'individuo che gioca ad essere dio nell'unico modo che conosce. 
Il concetto di dover fare qualcosa perché tutti si aspettano quello da te, perché una tua scelta potrebbe influire sull'andamento di una relazione, mi ha sempre impaurito, ma in modo rabbioso. 
Una reazione di pancia piuttosto che di testa. 
Eppure oggi, mentre mi dicevano al telefono, in una giornata come un altra, che il mio corpo non stava bene come pensavo, che effettivamente avevo una parte fisica di me rotta, come spesso pensavo essere solo la mia mente, mi ha estraniato da tutte le mie convinzioni. 
Una scelta può essere fatta se si hanno delle opzioni, altrimenti diventa un'imposizione. 
Imposizione che ho sempre cercato di evitare in tutti i modi ma che in qualche modo mi perseguita. 
A vent'anni puoi sentirti dire che ti sei rotto una gamba, che hai delle costole incrinate, risultati di mattate o sfortunate coincidenze. Ma non puoi sentirti dire di questo passo, è molto improbabile che in futuro lei possa avere figli. 
Parole pesanti che minano una femminilità già minata in partenza. 
A volte andare controcorrente non serve davvero ad un cazzo. 
Che sia per idealogia personale o solamente per protesta. 
Perché non sempre la scelta è un lusso che ti puoi permettere. 


giovedì 21 maggio 2020

Animali.

Domani si riprende quella che era la normalità fino a due mesi fa: lavoro, casa, uscite con amici, giornate dedicate esclusivamente a tappare il vuoto, giornate belle, giornate brutte, persone da conoscere, persone da dimenticare. 
Progetti che si accumulano, amici che si perdono per strada. 
Tutto l'astratto di questi due mesi dove ne sono capitate tante, ma da lontano. 
Eravamo spettatori di tragedie di seconda mano. 
Da domani saremo vicini ma, lontani un metro. Rimpiango gli abbracci e i baci rubati in spiaggia. 
Perché se coprirci la faccia ci nasconde i sorrisi da occhi indiscreti e parolacce pronunciate in mezzo ai denti, ci rendere impenetrabili agli altri. 
Pezzi di granito, chiusi in casseforti. 
Mi manca il calore umano, ma faccio fatica ad avvicinarmi a qualcuno, forse il segreto è riannusarci gradualmente. 
Pensavo di essere tra i cacciatori a seguire le impronte, ma quand'è la fine sono uno di quei cervi che giocano a nascondino. 

lunedì 11 maggio 2020

Quieto vivere.

I Miei 2 cents, giuro che non voglio fare polemica, ma sto arrivando al limite di sopportazione per gente che cerca una comunità con frasi come "ce la faremo" e "andrà tutto bene" e poi odia il prossimo e distrugge e disprezza chi, quella comunità cerca di crearla davvero, non solo sui social. 

Allora, cerchiamo di usare la logica. 
Già avete la faccia tosta di attaccare una persona che è stata tenuta prigioniera 18 mesi, vi lamentate perché ha dichiarato di essere stata trattata bene, mentre vi lagnate ed arrivate al limite del ridicolo dopo 2 soli mesi di confinamento nella propria abitazione dove avete tutti i comfort. 
Continuate a vomitare odio perché è tornata con  vestiti "non cristiani" e perché lo Stato ha sborsato 4 milioni di euro per salvarla (che sono 0.06 centesimi a contribuente). 
Vi lamentate perché non avete ancora percepito la cassa integrazione o il famoso bonus (io stessa ancora non ho percepito nulla, ma non mi lamento), come se le due cose fossero necessariamente correlate. 
Non contenti scrivete lettere minatorie, insulti sui social e sprizzate odio da ogni poro. (Anche se sono state liberate più persone pagando il riscatto,  nell'ultimo periodo, non si sa come mai il capro espiatorio sembra essere solo Silvia). 
La cosa che mi avvilisce è che ora lo stato vorrebbe dare una protezione a Silvia, una scorta. 
Altri soldi spesi per cui ovviamente vi lagnerete non capendo che la colpa di tali ed eventuali spese sarà solo di gente come voi. 

Una società sana si crea con dialogo, educazione, studio, sacrificio e soprattutto ascolto. 
Perché è facile dare sentenze su argomenti che non ci competono senza nemmeno alzare un dito per cercare di capire la situazione o argomento. 
È facile dare la colpa allo stato per qualsiasi disgrazia che ci capita nella vita, senza però muovere un dito per migliorare. 
È ancora più facile starsene con le mani in mano in attesa del sole e bel tempo ma lamentarsi perché piove, come se le nostre lamentele potessero cambiare qualcosa. 
Invece di sprecare il proprio tempo ad alimentare la propria frustrazione, bisognerebbe farsi un esame di coscienza e chiedersi: "ho fatto tutto quello che era il mio potere per garantire a me e alla mia comunità un presente e un futuro migliore?" 
Se la risposta è no, rimbocchiamoci le maniche e facciamo tutto il necessario per arrivare a quel obbiettivo. 

Confido nel karma, 
Ma nel frattempo, 
Chi non caga, muore gonfio. 

PS. Vi prego dato che su facebook e instagram ci sto principalmente per vedere i meme e guardare i video di gatti o di gente che schiaccia punti neri ad altra gente,  vi chiedo di rimuovermi dagli amici se fate parte di quella schiera di gente che supporta teorie anti scientifiche, che fa uso di omeopatia, che crede nei rettiliani, nei complotti e quant altro. 
Giuro non mi offendo. 

venerdì 17 aprile 2020

MURI

Arrivare alla coscienza di sè stessi accettando le proprie emozioni, senza aver paura di sembrare deboli o ridicoli è il primo passo verso la sanità mentale. almeno questo è ciò che dicono.
Arriviamo tutti ad un punto di rottura dove fare le persone intelligenti non ci rende migliori ma ci affossa anche di più in un baratro di ombre e rimpianti. Ed il punto di rottura arriva inevitabilmente nell'esatto momento in cui perdiamo la spensieratezza, lasciandoci prendere da innumerevoli stronzate.

Che poi, uso il plurale maestatis per avere almeno l'illusione che ci sia qualcuno che condivida i miei pensieri almeno in parte. Roba da sfigati insomma.
Mi ha sempre affascinato il fatto che in alcune lingue esistano più parole per definire un concetto simile, ma con caratteristiche diverse: prendiamo dall'inglese "alone" e "lonely", esprimono entrambe il concetto di solitudine ma con una differenza abissale. Se nel primo caso è puramente oggettivo "l'essere da soli", nel secondo caso è un fatto puramente soggettivo come lo è il "sentirsi soli.
Quindi in momenti come questi, in cui assaggiamo la solitudine, in cui siamo connessi con chiunque vogliamo senza mai esserlo davvero, siamo soli o ci sentiamo soli?

La solitudine ha infiniti pregi, sopratutto per chi è maniaco del controllo. Non può sfuggire nulla dal tuo controllo se non c'è nessuno che incrementa il coefficiente di rischio.
Si diventa indipendenti per forza, ci si indurisce la pelle e anche il cuore. Si inalzano muri alti quasi per non farci contaminare dal resto dell'universo. Da che cosa, non l'ho ancora capito.
Allontanando tutti, si arriva al punto in cui l'indpendenza è tale da non riuscire nemmeno a piangere per la nonna morta o per percepire il dolore di un amico.
Chi è bravo a stare da solo, di solito non è molto bravo nel saper affrontare il dolore. Semplicemente, ci si chiude la porta e si butta via la chiave.
La solitudine è orgoglio, l'orgoglio di chi non deve chiedere mai. Che creperebbe piuttosto che ammettere di aver fallito.
Pian piano di perde perfino la coscienza di sè in quanto piccolo ed effimero elemento nell'universo e si diventa infinitamente egocentrici.
Chi è abituato alla solitudine, non sa più come si ama. Diventa calcolatore. Preciso matematicamente per trovare il partner perfetto per ogni esigenza, senza però più provare nulla.
Una mera facciata socialmente funzionante con un vuoto cosmico al suo interno.
La solitudine è smettere di tentare di avere una qualsiasi tipo di relazione che preveda del coinvolgimento emotivo. Passano i mesi senza che la cosa ci turbi minimamente.
Ci mentiamo dicendo "non brucia", paragonando ogni cosa a quel primo amore che non riesci a toglierti dalla testa. 
La solitudine è la calma piatta di notti insonni, passata ad ascoltare i rumori per paura di essare sopraffatta dagli incubi, troppo stanca per rimanere all'erta ma troppo tignosa per lasciar perdere.
E' quella pulce nell'orecchio che scava a fondo nel cervello, per inciderti nella materia bianca il fatto che nella vita bisogna arrivare a fare compromessi per essere felici.

Ma forse a noi la felicità ci fa schifo.

giovedì 16 aprile 2020

Giorni Imprecisati

Non sono mai stata brava a costringermi a fare qualcosa, non ho mai seguito orari. 
Durante l'ultimo periodo passo notti in bianco dove crollo solo nel momento il cui il mio cervello si rifiuta di proseguire. 
Cerco di riempire il mio tempo tenendo il cervello occupato, perché ogni volta che rimango per più di dieci minuti in silenzio, vengo pervasa dallo sconforto. Di tutte le cose che avrei potuto fare, cose che avrei potuto dire o non dire.
Troppo spesso nella vita passiamo dal dire "farò così" ad "ormai è andata così". 
Ma alla fine dei conti sto benissimo. 
Ho solo bisogno di ritrovare il piacere delle piccole cose: il profumo delle lenzuola pulite, sentire il sapore di un piatto che volevo da giorni, il semplice rimanere stesa in mezzo alla stanza in silenzio. 
Abbiamo un po' tutti L' ADHD nei confronti della vita: mille informazioni, mille cose da fare, scadenze, bollette, apparenze, l'essere positivi che se no sembri depresso. Riusciamo addirittura ad avere diverse linee di pensiero contemporaneamente, ma appena tentiamo di rilassarci, ci sentiamo fottuti. E mentre fottiamo, pensiamo a tutt'altro. 
Solo perché lasciarsi andare sembra una perdita di tempo. 
Siamo talmente coscienti della nostra natura effimera e transitoria che nemmeno ci preoccupiamo di fare qualcosa che la renda autentica. 

O magari, non ne abbiamo solo le palle. 

lunedì 20 gennaio 2020

Emozioni

Ho sempre avuto problemi a relazionarmi col prossimo.
Le persone della mia età mi incutevano un certo 'timore' dovuto probabilmente la nostra attitudine a parlare lingue diverse, ad avere priorità diverse, modi di vedere il mondo completamente opposti. 
Gli uomini e le donne più grandi, mi sembravano semplici da capire, in fonsovolevamo tutti la stessa cosa, essere lasciati in pace, vivere in modo semplice senza tutti i giochi psicosociali che potevano servire solo ad uno scopo: quello di dimostrare chi fosse l'alpha. 
Io non ho mai avuto bisogno di confermare me stessa nella società, in parte perché sapevo di non averne un posto definito, un po' perché non mi interessava averne parte. La conseguenza naturale di tale comportamento era che mi ritrovavo nello stesso piccolo giro di persone con cui avevo cose in comune, ma con cui alla fine, non avevo nulla da spartire. 
Mi sono abituata alla solitudine, all'introspezione, al voler dire tutto subito e chiarire senza ulteriori indugi. 
Non avevo e non ho tempo da perdere, la vita scorre troppo veloce tra le mie mani. 
A volte in un battito di ciglia passano stagioni, anni, le persone che reputavo fondamentali, si rivelavano marginali o solo di passaggio. 
Del resto tutti sono utili ma nessuno è indispensabile. 
In ogni momento, in ogni frame della mia esistenza provavo emozioni tanto intense quanto spaventose, per la violenza con cui riuscivano a prendermi la mente. Sembravano emozioni uniche, irripetibili, ma in realtà era tutto una copia, di una copia di un surrogato di un'emozione che qualcuno voleva che provassi. 

giovedì 9 gennaio 2020

Creep.

Apri gli occhi e ti rendi conto che hai un blocco di cemento all'altezza dello stomaco. Non respiri come dovresti, non riesci a muoverti, non mangi, non riesci nemmeno a vomitarlo. 
Qualunque cosa sia, sai che è da tempo che prende forma, diventa sempre più grande, ingombrante. 
Eppure non riesci a tirarlo fuori. 
Non scrivi come vorresti, incespichi tra le parole e le frasi che scorrono sullo schermo non ti danno nessun sollievo. 
Non riesci a fare uscire le immagini dagli occhi sulle mani. 
Guardi corpi deformi, piccoli mostri nati morti creati da un dio confuso e impotente. 
E il peso diventa un vuoto che ti mangia da dentro del tuo pessimismo cosmico.
È un'intossicazione del sistema nervoso. Troppo o troppo poco. 
Un'equilibrio che non capisci bene come rompere, un effetto farfalla che non si scatena finché non ci saranno falene a volare nello stomaco. 
Una causa scatenante.
Una scarica elettrica dritta nel cervello, una lobotomia vecchio stile. 
Un punto di vista nuovo. 
Vorresti che qualcuno ti cacciasse un braccio in gola e toccasse con mano le interiora. 
Che ti estirpasse il peso della solitudine dal diaframma cosicché ricominci a respirare.