martedì 31 gennaio 2017

Bidet e politically incorrect

Quando realizzi che il mondo è un posto orribile, che non ha a che vedere con le stronzate che ti raccontano quando sei un piccolo bambino che non capisce un cazzo, inizi ad avere paura. 

Non paura tipo quella che hai quando devi andare a fare un prelievo, quello è niente. Paura che potrebbe ucciderti. C'è sempre qualcosa o qualcuno che cercherà di farti capire quanto è dura la vita, e a volte, proverà anche ad ucciderti. Ma non temere, c'è chi è pazzo, uno di quelli che se ne fregano della paura e vanno in luoghi dimenticati da dio a mettere alla prova se stessi. Far capire alla vita che non è la cosa più dura in questo universo. Scusate il sottile francesismo. Che poi, sinceramente, a chi non stanno sul cazzo i Francesi almeno un po'? Perfino i Francesi si odiano talmente tanto che continuano a girare con il culo che puzza per l'assenza del bidet. Non sapete fare?

Copiate. Non è difficile.


Ma non andiamo sull'odio etnico che non è politacally correct e poi mi segnalano.


Personalmente io con i mangiabaguette ce l'ho sempre avuta, senza sapere bene il motivo. Ora tuttavia un motivo ce l'ho e loro neppure lo sanno. 

giovedì 26 gennaio 2017

Come evitare di morire, vivendo una vita di merda.

Appena alzi i tuoi da quella che è la tua miserabile vita, circonscritta in uno steccato di vecchie abitudini, più o meno nocive, inizi a vedere li steccato del tuo vicino, con le sue abitudini, il suo dolore. Ti incuriosisci, parli, vuoi incanalare il dolore di quel piccolo pezzo di terra, farlo ascoltare a qualcuno che capisce.
Mosso dal tuo egoismo, da quella sorda convinzione di essere il centro dell'Universo conosciuto.
Parli, non ascolti, butti via il tuo tempo a piangerti addosso, guardarti con occhi impietositi, per un castigo donato dal tuo unico Dio: te stesso.
Respiri, mangi, ti ammali muori.
In realtà la tua vita non è altro che un effetto collaterale della tua ultima pera, prima della morte.
È quel flesh che ti passa accanto, a volte nemmeno te ne accorgi, impegnato come sei ad aspettare la morte, biasimandola, con lo stesso fastidio di un treno in ritardo.
Vuoi guardare ma non vedi, vuoi vivere ma respiri, con gli occhi fissi su quell'avvoltoio che porterà via la tua anima.
Eppure:
Nasci.
Cresci.
Impari: sempre quello che ti viene insegnato da chi guarda il passato dozzinale, mai il futuro.
Ti trovi un lavoro, ti innamori di qualcuno che ha i demoni simili ai tuoi, qualcuno che ti possa salvare.
Metti al mondo figli, che ti odieranno quando capiranno che il dono più grande che tu gli hai fatto, non è altro che una durevole condanna.
Ti stanchi e ti ammali, senti il tuo corpo che non vuole più lottare a quella lotta, persa in partenza.
Ti fai consumare dall'odio e dal dolore, per quei figli ingrati che ti lasciano marcire dentro ad un ospizio.
Se sei fortunato, ti addormenti e non ti svegli mai più, abbracciando per sempre la pace eterna. Con il viso rilassato di un innocente, prosciolto dalla sua condanna.
Eppure più ti guardo, dalla profondità di quel vetro, più sento quell' impellente desiderio di cadere giù schiantare al suolo le mie ossa, come fu Lucifero, più ti vedo simile a me, eppure troppo diversa. Eppure, a dividerci è solo uno specchio.

lunedì 23 gennaio 2017

Stramaledetti libri

A volte, senza accorgerti, ti fai male da solo, senza che la tua mente ne prenda coscienza. Ed era esattamente così per me, che nonostante la sveglia mattutina imminente ero li a leggere uno di quei stramaledetti libri. Quel stramaledetto libro che nonostante lo avessi da quasi dieci anni, ogni volta che lo rileggevo, nella testa vedevo un solo volto per quel protagonista torbido, tormentato, alto e magro come una zanzara. Le vicende così familiari, che mi sembra di leggere quello che "avrebbe potuto essere", ma non è stato, per orgoglio, per masochismo. E mi ritrovo a leggere, quelle pagine che mi ricordano Lui, con le guance bagnate, il respiro spezzato da singhiozzi, quelle lettere nere su bianco che mi riportano in mente Lui.
Conosco il finale, l'avrò letto almeno vemti volte, eppure ogni volta ci spero, ogni volta spero che vada diversamente. Come speravo che andasse diversamente allora.
Il gatto mi morde il braccialetto, quella piccola palla di pelo che cerca do azzannarmi il polso. La sente la tristezza, il piccolo bastardo, perché viene vicino e so accovaccia proprio sopra il mio cuore e inizia a fare le fusa.
Sta diventando sempre più tardi, le ore di sonno si accorciano sempre di più. Eppure, non riuscirei a dormire, rischierei di vedere quel viso da bambino cresciuto in fretta, la barba rada, i capelli di grano, gli occhi del colore del mare in tempesta.
Non potrei sopportarlo.
Vorrei farla quella mattanza, avere le palle di prendere e partire di impulso, volare fino in Francia, trovarlo. Ma sono una vigliacca, preferisco starmene a casa, al caldo, indignata in una relazione stabile, come un catalogo dell'Ikea, dove nessuno litiga mai.
Mi vedo come parte dell'arredamento ormai, la Luna non mi guarda nemmeno più e io non guardo lei. Una figura sfocata sullo sfondo di un cartello pubblicitario.
Eppure tra tutti i libri che ho, ho scelto proprio quello, che parla di Gemma e Diego e del loro dolore per la continua ricerca della felicità, tanto da rincorrerla, ma attenzione perché si rischia di perdere tutto per strada mentre, con lo sguardo fisso sull'obiettivo, perdi di vista la ragione per cui stai correndo.

domenica 22 gennaio 2017

L'uomo che fotografava il cielo

Placido vento, che increspa leggermente il mare, cullandolo dolcemente.
Leggere volute di sabbia si alzano dalla spiaggia, entrandomi negli occhi, offuscandomi la vista dalla ricerca di tesori che il mare mi avrebbe regalato. Camminavo tra quelle onde, come un pirata in attesa di trovare all'orizzonte una nave da depredare o paesaggi mozzafiato da imprimere nella mente.
Camminavo sugli scogli emersi dalla bassa marea, bagnandomi gli scarponi se necessario, pur di trovare l'angolazione migliore.
Quello che ho sempre preferito del mare invernale, è la solidutine muta, scandita dal rumore delle onde gli si infrangevano sugli scogli o del vento che spirava tra gli alberi maestri delle barche ormeggiate poco lontano.
Eppure, un ometto buffo, uno strano, abbastanza anziano, forse anche troppo socievole, mi chiese se avessi trovato qualcosa di interessante tra gli scogli. Non sembrava voler concorrere al tesoro che avrei potuto trovare, né  avere intenzioni brutte, così continuai a cercare i miei preziosi tesori con il buffo ometto al seguito.
Dal monologo che ascoltai in silenzio selettivo, appresi che non era altro che un turista, innamorato del mare.
Ed era una cosa che ci accomunava.
Studiai la sua figura particolare, scheletrico ma vigoroso, camminava con passo elastico e scrutava con occhio attento la battigia.
Credo che la cosa buffa in quella figura fossero i capelli: lunghi e raccolti in quelli che sembravano steli di erba giallognola che gli cadeva a mo' di frangetta (e di riporto).
Camminammo per ore, trovando un discreto bottino, che lasciò tutto nelle mie mani.
Avevo visto che era un tipo strano: certe impressioni sono quelle che ti mettono in guardia... E arrivò la sua fatidica domanda: " Ma tu lo guardi mai il cielo?"
Domanda che suonò sciocca alle mie orecchie, per la scuola che faccio, che mi crea una di quelle strane "deformazioni professionali" che ti portano a chiederti il perché di certi fenomeni atmosferici.
Gli chiesi cosa intendesse per "guardare il cielo" e lui preparato iniziò con le foto. Mi spiegò che apparteneva a uno strano gruppo che osservava e fotografava UFO. E che, nonostante i miei tentativi di trovare una spiegazione logica a quelle foto, imperterrito, continuava ad illustrarmi le sue fantomatiche teorie della vita nel cosmo.
L'avevo preso in simpatia ormai, il vecchietto, e abbiamo continuato la nostra passeggiata, tirando fuori cose sempre più strampalate sulle teorie di cospirazione e la manipolazione dei media, argomenti alquanto non ordinari da proporre a qualcuno che non conosci nemmeno.
Eppure siamo ancora in contatto e ogni tanto, capita che il milanese che fotografava gli UFO, mi venga a trovare.

giovedì 19 gennaio 2017

Dianthus Plumarius

Desolazione, che trasuda di energia. Come le lunghe passeggiate a riva di un mare tempestoso in balia del Vento del Nord.
Il freddo sferzante sul mio viso, mentre cammino, sfidando il vento, alla ricerca dei doni dei naufraghi.
Le alte onde, grigio verdi, ornate da pizzi di spuma, si infrangono in mille pezzi sulla spiaggia, trascinando avidamente con se la sabbia.
Come se le onde volessero aggrapparsi alla terraferma.
Mulinelli di sabbia che si alzano, ferendomi gli occhi, che cercano di vedere il timido Sole, nascosto tra le coltri di nubi.
Grandi conchiglie spuntano dalla sabbia, come relitti di un naufragio.
Stelle marine che costellano la spiaggia.
Il familiare odore di salsedine, il forte fischio del vento.
Ma me ne sto su questo mio scoglio, ad aspettare, forse invano, quel ritorno. Quei suoi occhi grigio verde, come la tempesta di questo mare, il sapore del sale sulle labbra.
Il vento del Nord che spira e porta quei ricordi lontani, così vividi da sembrare reali.
Un mazzo di Garofani Piumosi, ed il loro significato, perché anche se non lo pensavi, infondo lo sapevi, cosa volessero dire.

mercoledì 11 gennaio 2017

Ombre Cinesi

E se ti dicessi che non riesco più a scrivere?
Che non riesco più a pensare nemmeno alle solite stronzate, con la testa collegata al sistema da troppo tempo.
Persa nell'assenza di qualsiasi tipo di dipendenza.
Soffocata dalla monotonia del lento scorrere del tempo.
Ma tu che mi guardi di sfuggita, come un'ombra su uno sfondo sfocato, nemmeno mi vedi.
Insignificante come uno schizzo simmetrico di vernice, ma come Rorshach, ognuno vede dentro quella stupida macchia di colore, quello che vuole vedere.
Il problema è quanta attenzione gli presti,  che peso gli dai. Non puoi aspettarti la stabilità nelle tue visioni, cambiano insieme a te.
Nel momento in cui ti svegli la mattina non sei più quello che eri ieri. O la notte prima.
Eppure, quando la guardo anche ora, la Luna piena, mi guarda nello stesso identico modo in cui ci guardava insieme mentre il suo viso pallido veniva riflesso nel rosso sangue di una bottiglia di vino.
Il suo sguardo, è uno sguardo dal passato di una proiezione di una luce che potrà illuminarci in futuro. Hai mai voluto vedere il tuo futuro? Alza gli occhi al cielo e lasciati scrutare dalla malinconica espressione della Luna piena.
La Luna calante invece, non è altro la prova che non siamo altro che un insieme di ombre cinesi proiettate nella malinconia, ed è per questo che la Luna ride di noi, guarda il suo sorriso lucente splendere tra le nuvole del gelo. Guardala mentre ride di te e ridi con lei, perché stai guardando il tuo passato e il tuo futuro, mentre, con gli occhi rivolti al cielo forse sputtani il tuo presente.