mercoledì 13 marzo 2019

Spazio e Tempo che Separano Luoghi.

Forse siamo punti che galleggiano soli nell'infinito, forse rette parallele che si guardano da lontano e non si incontrano mai.
Forse siamo rette incidenti.
Uno shangai di rette incasinate tra loro.
Forse siamo punti su diversi piani, ma non conosciamo l'esistenza gli uni degli altri.

Potremmo formare figure andandoci introntro per un punto solo di giunzione o forse non lo faremo mai per non rinunciare alla propria individualità.

La verità è che oggi è il giorno 187.
187 di vuoto siderale. Di un periodo così tranquillo da sembrare quasi sospetto, quasi sospeso.
Non scrivo da tempo. Non disegno da altrettanto.
Cammino tra le persone, senza la minima intenzione di avvicinarmi.
Lo stacco dal prima a quello che è oggi è ciò che i filosofi chiamano Sufismo, o che i cinesi chiamano Jing. Sono cicli di 7 anni che ci rendono persone diverse dal ciclo precedente.
Ogni sette fottutissimi anni il nostro corpo non è quello che era, ogni cellula vecchia muore per fare posto alla nuova generazione.
Il ciclo dentro il ciclo della vita.
Ora sono sulla soglia della fase di conoscenza di sé. Forse è per questo che sono così perduta.
Nell'ultimo anno ho perso contatti con persone che pensavo fossero importanti per me. In un certo senso lo erano perché ciascuna di esse mi ha reso in parte ciò che sono ora.

I maglioni e il whiskey che sembrava petrolio nella notte mi hanno tenuto caldo nel momento del bisogno. Sono riusciti a ovattare tutti i sentimenti e reindirizzarli in qualcosa che potevo vomitare fuori, invece che lasciar marcire dentro di me e lasciarmi contaminare.

Poi è stato il momento dell'eclissi che tutto ha ridimensionato. È stato un periodo di felicità oltre ogni limite, di pazzia, di baci rubati e di vino rosso.
Ma è stato anche un periodo di dolore nella forma più dura di tutte. Perché l'eclissi, per essere tale, deve essere vista da uno stesso punto di vista.
Eravamo astronauti troppo amanti della luna e delle frane con la fisica.

La stanza di deprivazione sensoriale fu la mia salvezza allora. Non vedevo, non sentivo. Non esisteva molto all'infuori di quello. Era un castello di vino ed erba, costellato di lividi e sesso.
Il periodo dove sembra o aver trovato me stessa, ma in realtà avevo solo trovato la mia musa perfetta. Il cui solo odore riusciva a mandarmi fuori di testa.
Non era amore, era necessità. Spirito di sopravvivenza.
Ha funzionato, finché non ho funzionato più.

Ultimo ma non ultimo, il legionario.
Il re del mio castello. Se non fosse che del castello rimangono solo rovine.
Eravamo due fottuti pianeti troppo sbagliati. Rimanevamo l'uno nell'orbita dell'altra abbastanza da non perderci di vista, ma non abbastanza da avvicinarci di nuovo.
Il tempo, a volte le casualità, sono fondamentali.
Probabilmente questo era l'ultimo giro di orbita.

È tempo di lasciare andare persone che sono riuscite a dare tanto, ma a farmi soffrire per ogni minuto di felicità alla fine. Non per scelta mia, magari perché non so relazionarmi con nessuno, forse perché sono proprio diversa.
Ho passato tempo a pensare di aver sbagliato qualcosa. Incolpandomi, facendomi mille paranoie. Invece, era deciso così.
Siamo solo rette incidenti, non possiamo tendere all'infinito nella stessa direzione.