Anche le più belle storie hanno una fine, degna della propria durata e intensità. Un grande incendio, aggressivo, distruttivo, cominciato da un niente, durato un niente e finito con un suono che solo il nulla può produrre, perché quello che rimane è niente. Così come le storie lunghe, lente, come l'alternarsi dell'alta e della bassa marea, sembrano finire, ma in realtà la loro fine è un effetto illusorio. Come un corridoio pieno di specchi: sembra infinito ma in realtà sei già alla fine.
Sembri toccare il cielo con un dito, ma non è altro che il punto più alto della tua parabola e un secondo prima di cadere ti rendi conto che l'impatto sarà aumentato dalla maledettissima forza di gravità e forse, era meglio rimanere su quello sgabello di un bar piuttosto che toccare il cielo per poi sprofondare nel peggiore degli inferni.
Ti senti stupido, piccolo come una formica, per esserti fidato del mondo intero, per esserti convinto che il buono esiste, che l'amore è un sentimento buono e non la dannazione eterna dei corpi terresti e delle anime immortali.
Ma non puoi farne a meno, perché ormai ti è entrato sotto pelle, avvelenandoti l'innocenza.
Ti senti onnipotente per un attimo, il centro di ogni universo possibile e parallelo. Un attimo dopo non sei nemmeno sicuro di esistere, ti senti sbagliato e fuori posto solo, come solo un ventenne sperduto può sentirsi provando emozioni che aveva rimosso o forse mai provato. Con domande in sospeso e risposte scritte sulla sabbia e buttate al vento.
E le tue convinzioni come castelli di sabbia, un'onda e l'unica cosa che rimane delle tue convinzioni sono solo rovine.
Allora, raccogli quello che rimane e lo rimetti a posto alla benemeglio. E cerchi di fare finta di niente, anche se dentro hai una tempesta.
E finisce così: tutto, in un niente, così come era iniziato: su uno sgabello al bancone di un bar e un bicchiere di whiskey giapponese.
venerdì 25 agosto 2017
Whiskey Giapponese
martedì 22 agosto 2017
Candele spente
Il freddo pungente del vento notturno, che mi fa venire la pelle d'oca così come me la fanno venire i suoi dannati baci sul collo.
Perché questa notte, volevo perdermi per sempre in quei occhi verdi, invece li ritrovo ora, persa nell'oscurità della notte, nella densità del silenzio su quanto stupida io potrò mai essere a pensare di incantarla con un po' di candele spente.
Perché siamo così, ci perdiamo in una persona senza pensare alle conseguenze che questo potrebbe avere sulla nostra salute mentale, siamo masochisti, perché pur di perderci, dimentichiamo di ritrovarci.
Perché vediamo chi amavamo un tempo piangere ora e non ce ne frega niente, anche sforzandoci non riusciamo a provare più niente, perché ormai ci siamo persi i sentimenti.
Egoisticamente, ci siamo giocati la possibilità dell'amore solo per la possibilità di essere felici.
Ma quanto vale un secondo di felicità?
La truffa sta nel non saperlo riconoscere davvero.
Perdere tempo per spiegare sentimenti che non riusciresti a decifrare in una vita intera, focalizzandoci a parlare ma perdendo anche quell'ultimo secondo di felicità.
In amore non è vero che vince chi fugge, è vero invece che perde chi ama.
Vince chi sceglie quell'attimo di felicità, barattandolo per la dannazione eterna.
venerdì 11 agosto 2017
Preghiere dei Dannati
La luna non potrà mai essere più bella di sta sera. Altezzosa e bianca che ghigna della mia malinconia, ma con fare ormai arcigno, ghigno io di lei. Nonostante provi ad oscurare l'infinitá di stelle del cielo nero pece, le più coraggiose si mostrano, disegnando scie luminose, che distolgono l'attenzione dalla vecchia usurpatrice. Così come con le persone: alcume splendono anche in secondo piano, altre hanno bisogno che qualcuno splenda per loro, per poterne riflettere una misera parte di luce.
Ma io ne sorrido, bevendo il mio calice di vino avvolto nelle spire del fumo.
Di qualcosa bisogna pure morire.
Ma morir d'amore non sembra una delle prospettive più allettanti. Una volta che inizi ad amare, hai messo la firma per una condanna a morte per te stesso, il tuo ego, per creare un individuo nuovo: un nuovo te.
Ma è un'altra storia questa, su quanto sia ironico l'amore.
Su quanto sia azzeccata l'analogia tra il fumo e la preghiera, è più interessante discutere.
Un fumatore, cerca conforto in un gesto, come fumarsi una sigaretta, così come il prete trova conforto nella preghiera.
Ne trova un momento di congiunzione con se stesso, della solitudine.
Anche solo nella gestualità rituale. La gestualità è fondamentale, così come gli odori e i sapori.
Un altra analogia rituale può diventare quindi il sesso. Che unito al fumo, può diventare una preghiera molto più efficace rispetto a tante parole dette al nulla.
Ho sempre avuto un debole per il sapore di sigarette e dell'odore segnato del fumo, almeno in certi frangenti fondamentali del sesso.
Il sapore del tabacco sulle labbra altrui non è altro che gusto enebriante.
È il momento in cui ti fai corrodere l'anima, dal fumo o dalla fede, per avvicinarti sempre di più al tuo dio. Buffo di come finisca in modo uguale per entrambi. Pregare non ti salverà dalla morte, fumare, ti avvicinerà sempre un po' di più ad essa.
La differenza sta nel timore che si prova di fronte alla morte.
Il credente prega per la pace della sua anima immortale, il fumatore, in modo inconscio, sa che la unica pace della sua anima può solo essere la fine di tutto.
Perché nel momento che accendi una sigaretta, la tua anima è tra i dannati.