Anche le più belle storie hanno una fine, degna della propria durata e intensità. Un grande incendio, aggressivo, distruttivo, cominciato da un niente, durato un niente e finito con un suono che solo il nulla può produrre, perché quello che rimane è niente. Così come le storie lunghe, lente, come l'alternarsi dell'alta e della bassa marea, sembrano finire, ma in realtà la loro fine è un effetto illusorio. Come un corridoio pieno di specchi: sembra infinito ma in realtà sei già alla fine.
Sembri toccare il cielo con un dito, ma non è altro che il punto più alto della tua parabola e un secondo prima di cadere ti rendi conto che l'impatto sarà aumentato dalla maledettissima forza di gravità e forse, era meglio rimanere su quello sgabello di un bar piuttosto che toccare il cielo per poi sprofondare nel peggiore degli inferni.
Ti senti stupido, piccolo come una formica, per esserti fidato del mondo intero, per esserti convinto che il buono esiste, che l'amore è un sentimento buono e non la dannazione eterna dei corpi terresti e delle anime immortali.
Ma non puoi farne a meno, perché ormai ti è entrato sotto pelle, avvelenandoti l'innocenza.
Ti senti onnipotente per un attimo, il centro di ogni universo possibile e parallelo. Un attimo dopo non sei nemmeno sicuro di esistere, ti senti sbagliato e fuori posto solo, come solo un ventenne sperduto può sentirsi provando emozioni che aveva rimosso o forse mai provato. Con domande in sospeso e risposte scritte sulla sabbia e buttate al vento.
E le tue convinzioni come castelli di sabbia, un'onda e l'unica cosa che rimane delle tue convinzioni sono solo rovine.
Allora, raccogli quello che rimane e lo rimetti a posto alla benemeglio. E cerchi di fare finta di niente, anche se dentro hai una tempesta.
E finisce così: tutto, in un niente, così come era iniziato: su uno sgabello al bancone di un bar e un bicchiere di whiskey giapponese.
venerdì 25 agosto 2017
Whiskey Giapponese
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