Il tempo uggioso e la tristezza stanno sul cazzo a qualsiasi persona a cui lo chiedi.
Una di quelle domande senza senso che si fanno quando il tuo cervello è su una lunghezza d'onda diamentrialmente opposta al corso della discussione.
Quasi tutti ti fissano con quegli occhi straniti, quegli occhi vitrei di un coniglio che è appena stato accoppato a tradimento.
Poi ci pensano e ti dicono che è ovvio. A nessuno piace il dubbio, l'indecisione.
Un attimo prima è freddo, poi caldo, poi umido, poi di nuovo freddo. Piove e non piove.
Ombrello sì, ma poi dove cazzo lo metti?
Allora ti bagni sotto uno scroscione improvviso.
Sembra che tutto nella tua vita non vada poi così male ma poi vedi il cielo grigio e tutti i tuoi problemi, tutti i tuoi scarafaggi nel cervello diventano enormi, come in un gioco degli specchi deformi.
Siamo una generazione di bagnini emotivi, che vivono scrutando il cielo e temendo la pioggia.
Romantici disillusi, che hanno paura di bagnarsi, sentirsi allo scoperto, di venire tanati dalle nostre piccole paranoie, dalle nostre paure.
In pochi camminano sotto il cielo grigio che scruta dall'alto gli incoscienti.
In pochi si lasciano attraversare dalla pioggia e dalla malinconia nelle ossa.
Dove ogni cosa è deforme, sterile e fredda.
Quasi nessuno conosce la sensazione di vedere finalmente la luce alla fine di quella stanza dagli specchi rotti.
Il calore di attraversare la soglia di casa e infilarsi in quel calore familiare
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