mercoledì 26 aprile 2017

Libs, Africus

Scivoli sulla tavola, controvento, fai fatica ma continui: bilanci il peso, tendi l'orecchio alle onde alte che si infrangono contro gli scogli e al sibilo del vento che si infrange contro gli alberi maestri in metallo producendo un canto lamentoso, sono loro le vere sirene. All'orizzonte, lampi verdi si gettano in mare, rombi di tuoni irrompono nel canto, le sirene ammutolite per quel breve attimo, come se il tempo si fosse fermato.
Chi non ha mai vissuto al mare, non può capire l'odore della salsedine dopo una giornata di pioggia, il rumore delle corde tese dalle onde, il canto delle sirene. Non può capirlo perché non è possibile trasmettere quell'odore, quel suono lamentoso. È unico.
Solo quando, di notte arrivi all'estremità della banchina, senti il vento investirti la pelle, metti in pausa la musica, metti via l'i-pod. Ti concentri sul lì e ora. Con il faro verde sopra la tua testa, con l'acqua a pochi metri da te. Ti fai guidare da quel faro fino a quando non ricominci a capire un po' chi sei. Al buio non vedi, ma senti tutta la potenza del mare. Ti fai attraversare dal Garbino, che tu conoscerai come Libeccio, mentre si insinua nella baia mentre il mare erode la pietra.
E proprio in quel momento pensi, che forse, per riportarti alla vita ci vorrebbe proprio un mare che ti scagliasse contro gli scogli. Non hai bisogno della Luna per esistere, ma solo di una compagna che veda le tue alte e basse maree cambiando con te.
Pensi a chi adesso è nel letto che dorme, chi in questo momento è perso nelle proprie dipendenze, così come lo sei tu.
Dipendenza dalle sensazioni, dai colori, dal vento, dalle esperienze, dalla memoria. 
Allora scivoli sulla tavola, andando insieme al Libeccio, allarghi le braccia e stai volando.

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