domenica 17 dicembre 2017

Bruchi

The Big Idea - Black Books

Il mio modello di vita, sin da quando avevo 14 anni, e ho visto per la prima volta "Californication", è sempre stato Hank Moody.
Non proprio il genere di idolo ideale.
Scrittore, alcolizzato, sarcastico fino ai limiti del sopportabile, un bambino mai cresciuto. Un Bukowski dei poveri.
Era quello il piano, scrivere di quello che smuoveva almeno un po' lo sciame di fottute farfalle rintanate da qualche parte nello stomaco, che non volevano uscire, né in un modo né nell'altro.
Ho scritto. Per lo più della Luna, delle stelle, di persone.
Perché l'idea folgorante di una me adolescente, ma nemmeno così tempo fa, era di vivere come una rockstar: live hard, get drunk, fuck & die young.
In compenso sono diventata "la peggiore ventenne di sempre".

Il problema è sempre quel retrogusto di melodrammaticitá passivo aggressiva, che fotte tutto il resto.
Che fa trovare il difetto, anche laddove non c'è.
Che aziona il cervello, fino a farti venire in mente "se" e "ma".
Fino a che ti fa mandare a puttane momenti bellissimi.
Ma che ti fa piangere davanti a una stella cadente che aspettavi da ore nel freddo invernale.

Che ti fa scrivere cose a caso, per poi cancellarle, semplicemente perché sono piatte.
Niente a che fare con le dannate farfalle.

Non scrivi nulla, perché non hai niente da dire. Perché tutto intorno è bicolore.
Niente è bello per forza, niente è memorabile in eterno, nessuno riesce ad essere perennemente felice.
E a volte le farfalle non escono, ma muoiono e forse la primavera porterá nuovi bruchi.

Ho una tela bianca che ogni giorno voglio riempire ma che puntualmente rimane bianca.
Volevo scrivere qualcosa per vuotare il sacco, come il Ritratto di Dorian Gray, qualcosa che mi tolga almeno un po' quel marcio della malinconia da poeta maledetto.
Ma non puoi vuotare il vuoto. No?

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